di Gordon Brasco
Dopo le cene ipercaloriche natalizie e le sbornie di fine anno non avremmo potuto iniziare meglio il 2013. Paul Thomas Anderson (Magnolia del 1999, Ubriaco d’amore del 2002 e Il petroliere del 2007) confeziona un film perfetto che molti hanno additato come un ritratto ambiguo della chiesa di Scientology sia nel modo in cui nel film il novello profeta si fa largo nel commercializzare il suo credo, sia per i risvolti morbosi che le sue parole hanno nel plasmare i nuovi adepti. Scientology a Hollywood è una potenza sotterranea dalle ramificazioni insospettate, una specie di Spectre che invece di dominare il mondo attraverso ricatti e bombe come nei film di 007 usa metodi ben più morbidi e suadenti ma non per questo meno efficaci e letali, è vero che molta della sua fortuna la si deve a testimonial di fede come Tom Cruise ma a oramai a scorrere la lista dei credenti si trovano nomi insospettabili anche del jet-set italiano.
La nascita Ma la setta di L. Ron Hubbard in Florida è più il punto di partenza che l’arrivo, Anderson non fa un film di denuncia su Scientology semmai si concentra su tutto quello che ne ha facilitato la nascita e una sua così rapida espansione: la disperazione che prolifica sulle macerie della seconda guerra mondiale, le fragilità emotive degli uomini e di contro la loro sconfinata bramosia di potere. Anderson contrappone due forze costantemente all’opera nel film e che solo apparentemente divergono: la prima è la necessità da parte del «profeta» di piegare l’anima ribelle e selvatica del nuovo adepto, la seconda è la necessità dell’adepto di affidarsi a qualcosa (o qualcuno) che lo salvi da una follia oramai alle porte. Per Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) plasmare la mente primitiva di Freddy (Joaquin Phoenix) non solo è la strada per il potere ma è quasi una sfida con il creato…piegare al proprio volere quello che rappresenta da sempre la perfetta creatura di Dio: l’uomo. Freddy invece è l’incarnazione della fragilità umana e della sua ricerca di felicità o quanto meno di uno stato emotivo che smetta di essere tormento e rabbia.
Essere vulnerabili Non importa il rango sociale o di quanta disponibilità finanziaria si disponga, il messaggio di Anderson infatti è molto chiaro: è l’essere vulnerabili che ci rende vittime di questi pseudo-profeti da setta, è il nostro stato mentale più debole che fa di noi una preda ambita. Assolutamente perfetta la prova recitativa di Joaquin Phoenix che s’immedesima in un modo così fisico e totale nella vita in frantumi di Freddie da meritare più di un applauso a scena aperta (oltre alla Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’ultimo Festival di Venezia). Insomma vale la pena spendere dei soldi per questo The master? Secondo noi SI: è un film drammatico, cerebrale, ma dalla recitazione anche fisica che può vantare una performance interpretativa del cast impressionante, che affronta in modo aperto e convincente la suadente macchina da guerra delle sette e dei meccanismi mentali che i loro leader-profeti mettono in atto per il lavaggio del cervello sui malcapitati che finiscono nelle loro trame…non sarà un film denuncia contro Scientology ma siamo sicuri che qualcuno in Florida si sia innervosito non poco.
Un film di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern, Ambyr Childers. Drammatico, durata 137 min. USA 2012. Lucky Red.
Trama: Negli anni ’50 un carismatico intellettuale fonda un nuovo culto religioso ponendosene a capo e intreccia una relazione morbosa con un giovane adepto.
Perugia
Gherlinda: 16.00 19.00 22.00
Zenith: 18.45 21.00

