I drammi che sta vivendo il mondo, da quello dei migranti alla tragedia dei cristiani perseguitati in Africa e Medio Oriente, fino alle difficoltà delle famiglie: sono questi i temi prevalenti delle riflessioni affidate al cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, per la Via Crucis di Papa Francesco, che il Venerdì Santo partirà come da tradizione dall’interno del Colosseo per concludersi al Foro Romano, sulla collinetta tra l’Anfiteatro Flavio e la Basilica di Massenzio. Qualche anticipazione sui testi delle meditazioni erano apparse già alcuni giorni fa, quando Bassetti era stato intervistato da Radio Vaticana. Lunedì poi sono apparsi integralmente sull’Osservatore romano e da martedì saranno pubblicati dalla Libreria editrice vaticana.
Il titolo «Dio è misericordia» è il titolo che Bassetti ha voluto dare alle meditazioni, testi in cui evidenzia che di fronte alle paure dell’uomo, al dolore, alle persecuzioni e alla violenza, la misericordia è il canale della grazia che da Dio giunge a tutti. Nelle 14 stazioni anche parole di don Mazzolari, padre Turoldo e San Giovanni Paolo II e riflessioni sui migranti, in cui bisogna scorgere «il volto di Cristo», sui cristiani perseguitati, gli ebrei uccisi nei campi di sterminio, le famiglie lacerate, i disoccupati e i precari, i bambini abusati, e le ostentazioni dei potenti di oggi. Parole in cui il percorso di Cristo verso il Golgota appare come l’estremo dono misericordioso di Dio per gli uomini. Nel cammino giubilare che la Chiesa sta compiendo, la Via Crucis vuole mostrare questo amore che giunge allo «scandalo della croce» contrapponendosi alle meschinità umane e partecipando agli strazi del mondo. Il corpo flagellato e umiliato di Gesù «indica la strada della giustizia», «la giustizia di Dio che trasforma la sofferenza più atroce nella luce della risurrezione». Ma, come Pilato, c’è chi ha paura di perdere le proprie sicurezze e non sceglie la Verità di Dio o chi teme il diverso, lo straniero, il migrante e non vi scorge il volto Cristo.
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La sofferenza Bassetti riflettendo sulla prima caduta di Gesù sotto il peso della croce sostiene che se «la sofferenza per l’uomo è a volte un assurdo», lo sforzo è quello di comprendere «quanta libertà e forza interiore» ci sia stata in quell’umano inciampo che è un’inedita rivelazione divina di Cristo. E le domande a Dio sui perché diventano allora preghiera: «Per gli ebrei morti nei campi di sterminio, per i cristiani uccisi in odio alla fede, per le vittime di ogni persecuzione». In Gesù che incontra la madre si può scorgere poi l’immagine della famiglia, «cellula inalienabile della vita comune» e «architrave insostituibile delle relazioni umane», mentre nel tenero gesto della Veronica si può riconoscere l’amore forte che sfida ogni cosa pur di donarsi. Il secondo inciampo di Cristo insegna che il peccato fa cadere più volte e che non ci si salva da soli; la terza caduta ricorda la sofferenza delle famiglie spezzate, di chi non ha un lavoro, di tanti giovani precari.
La logica dello scarto Bassetti spiega che la supplica a Dio si leva per quanti «sono a terra» a causa di matrimoni falliti, di drammi o per l’angoscia del futuro. Gesù privato delle vesti ricorda invece i «bambini profanati nella loro intimità», chi ha subito abusi o non è rispettato nella propria dignità. Ma è dalla sua croce che risplende l’«onnipotenza che si spoglia», la «sapienza che si abbassa fino alla follia», l’amore «che si offre in sacrificio». Vicino a Gesù due malfattori: uno propone di «scappare dalla croce ed eliminare la sofferenza» – è la «logica della cultura dello scarto» -, l’altro accetta la volontà di Dio e volge lo sguardo verso l’alto aprendosi alla «cultura dell’amore e del perdono». Gesù muore in croce, ma la sua «è la celebrazione più alta della testimonianza della fede», come quella di numerosi martiri, anche di questi ultimi secoli, «veri apostoli del mondo contemporaneo», tra cui Massimiliano Kolbe ed Edith Stein.
La forza della fede E al termine del percorso terreno di Cristo proprio nei testimoni emerge «la forza della fede». Il cardinale cita come esempio Giuseppe d’Arimatea, che si fa «accoglienza, gratuità e amore» nel chiedere il corpo di Cristo e nel seppellirlo con «semplicità» e «sobrietà»; in netto contrasto »con l’ostentazione, la banalizzazione e la fastosità dei funerali dei potenti di questo mondo». La morte di Gesù e la chiusura del sepolcro non è la fine a tutto, perché nelle tenebre di quella tomba di Gerusalemme in modo silenzioso Dio è «all’opera per generare nuova grazia nell’uomo».
