L’ingresso di palazzo Murena a Perugia, sede del Rettorato
L’ingresso di palazzo Murena a Perugia, sede del Rettorato

di Diletta Paoletti

Dura più di tre ore. Tre ore e una miriade di interventi, perché – evidentemente – c’è tanta voglia di partecipare a processi che siano (veramente) democratici. Parliamo dell’assemblea d’Ateneo autoconvocata che martedì mattina ha riunito docenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo e – per fortuna, dato che proprio loro sono gli utenti dell’Accademia – studenti, per discutere insieme della riforma dello statuto dell’Università degli studi di Perugia. Una miriade di interventi, dicevamo, e altrettanti punti di vista: difficile, anzi impossibile (e non è mancanza di buona volontà), esprimerli tutti qui. Proviamo comunque a darvi conto delle principali questioni che scuotono il nostro Ateneo. E che scaldano (non poco) gli animi.

La legge Gelmini Già, perché la famigerata legge 240 del 2010 impone una rimodulazione dell’organizzazione dell’Ateneo, sulla quale sta lavorando una Commissione statuto. E comporta numerosi nodi da sciogliere, tecnici sì ma neanche poi tanto: gli equilibri e le strutture dell’Ateneo non sono solo questione di numeri, ma si riflettono necessariamente sul funzionamento e sulla bontà del nostro sistema di formazione universitaria. «Quale è la direzione per l’Ateneo?» si chiede, ad introdurre il dibattito, Alessandra Pioggia, docente alla Facoltà di Scienze politiche e tra i promotori dell’iniziativa. «Siamo di fronte – continua – ad un processo di trasformazione rispetto al quale non ci basta essere informati: vogliamo partecipare».

Questione di governance C’è, innanzitutto, una questione di governance e di organi di governo, ossia Rettore, Senato accademico e Consiglio di Amministrazione. Come eleggerli? E come organizzarne le reciproche relazioni? Tutta da affrontare (in Commissione statuto e fuori) è la questione dell’elezione del Rettore. Chi lo eleggerà? Di certo tutti i professori, insieme alle rappresentanze degli studenti e degli amministrativi. Rimane aperta, invece, la questione dei ricercatori (protagonisti, negli scorsi mesi, di una grande mobilitazione): si applicherà il principio  “una testa-un voto” o a votare saranno solo i loro rappresentanti? Altro nodo da risolvere, quello del CdA e della sua composizione. Perché – oltre al Rettore e ad un rappresentante degli studenti – si tratta di nominare sette membri, due esterni e cinque interni. E conta, eccome, anche perché la legge Gelmini fa – proprio del CdA – il principale centro decisionale dell’Ateneo.

Equilibrio tra poteri Altrettanto intricata (e dibattuta) è la questione della composizione del Senato Accademico, il “parlamento” dell’Ateneo, per semplificare. La bozza approvata dalla Commissione statuto prevede che, oltre al Rettore e ai rappresentanti di studenti e personale, ne facciano parte di diritto i Direttori dei Dipartimenti (oggi strutture fondamentali, che accentrano la gestione di ricerca e didattica, quest’ultima sottratta alle Facoltà) e sei rappresentanti eletti (due per ogni categoria: professori ordinari, associati e ricercatori, garantendo – tra l’altro – un difficile bilanciamento tra le due macroaree, umanistica e scientifica). Tra chi vorrebbe un numero più elevato di membri eletti e chi difende questo assetto, si tratta comunque di rafforzare un organo che rappresenta il necessario luogo di confronto tra le aree scientifiche. «Contro un CdA che decide tutto, dobbiamo trovare il modo di riequilibrare i poteri, affidando un ruolo di indirizzo politico al Senato accademico», suggerisce Roberto Segatori, direttore del Dipartimento di Istituzioni e Società.

La figura del Rettore Ma – dietro ai numeri – la questione è più generale: si tratta di capire dove si vuole parare. Ossia se si vuole perpetuare o meno la figura di un Rettore nucleo trainante e centro gestionale dell’intero Ateneo, oppure ridimensionarne il potere. Questo dipenderà da una serie di fattori, innanzitutto dal fatto che questi presieda sia il CdA che il Senato o solo uno di essi. E poi, quale ruolo dovrà avere nell’iter di selezione dei componenti di questi organi? Quella della dialettica tra i poteri (e, con essa, il meccanismo dei “checks and balances”), del resto, è questione assai delicata. Anche all’Università.

Amministrazione Forte il j’accuse sul fronte della amministrazione. Innanzitutto a livello centrale: «serve più qualità e trasparenza, soprattutto nella selezione della dirigenza – spiega Francesco Merloni, docente di diritto amministrativo – che deve essere professionalmente qualificata e reclutata attraverso concorsi pubblici». E in grado – in poche parole – di supportare efficientemente le attività dei Dipartimenti». Questi ultimi, inoltre, devono divenire sede di buona amministrazione e il Direttore, oltre che essere docente, deve divenire anche dirigente, di quella che, di fatto, viene ad essere una “microamministrazione”. Tutto ciò, inutile dirlo, si rifletterebbe positivamente nell’allocazione delle risorse e renderebbe  trasparente – una volta per tutte – il bilancio dell’Ateneo.

Valutazione sì, valutazione no Ma ad accendere ancora di più (se possibile) gli animi è la questione della valutazione della ricerca. Perché tra chi non nasconde la propria irritazione al solo sentirla nominare e chi la difende, c’è chi la vorrebbe, sì, ma “intelligente”. Nel mirino di Maria Rosaria Marella – giurista – c’è proprio l’Anvur, il Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, rea di «non garantire indipendenza rispetto al Ministero e, quindi, all’Esecutivo». Ma più in generale – prosegue – «il problema è quello di voler misurare ciò che misurabile non è». Di segno opposto, invece, la posizione di coloro che la valutazione la vogliono: meglio una forma di valutazione che nessuna, dicono in tanti, altrimenti si tratta di perdere (definitivamente) credibilità. «La valutazione va sicuramente fatta – afferma Merloni – ed  è un meccanismo premiale per coloro che sono scientificamente attivi, ma servono delle garanzie: ad esempio chi è malvalutato deve avere possibilità di “appello”». Insomma, si tratta di posizionare il Nucleo di valutazione interno all’Ateneo, in modo che – lungi dall’essere organo politico – garantisca affidabilità ed indipendenza di giudizio. Per non parlare poi della valutazione della didattica, finora di fatto assente.

SoS ricerca Forte richiamo alle esigenze di sostenere la ricerca è poi venuto dal grido di dolore di un giovane ricercatore: «Come facciamo a fare ricerca senza poter comprare libri, consultare riviste o banche dati, impossibilitati addirittura a fare fotocopie? E dovremmo anche essere valutati?». Già perché il problema, in fin dei conti, è di fiducia: nel sistema universitario, nel proprio lavoro e nel futuro, soprattutto per i giovani che nel mondo accademico vorrebbero lavorare. Serenamente. Partecipazione e durata hanno dimostrato il successo di un incontro che ha saputo rispondere alla forte domanda di informazione e di coinvolgimento. In una parola, di partecipazione. La strada è ancora lunga. Alla prossima puntata.

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