In Umbria il disagio mentale non è un fenomeno marginale né isolato, ma si inserisce pienamente nel quadro nazionale delineato dal rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati”, promosso da Caritas italiana insieme alla Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia. Un quadro che racconta una trasformazione profonda del tessuto sociale, dove la sofferenza psichica e la povertà materiale si alimentano a vicenda, fino a diventare una questione strutturale di diritti negati.
A livello nazionale il rapporto Caritas segnala un aumento del 154 per cento dei disturbi depressivi tra le persone accompagnate dalla rete Caritas nell’ultimo decennio. In circa l’80 per cento dei casi il disagio mentale si accompagna a condizioni di povertà economica, sociale e relazionale, rendendo evidente come la salute mentale non possa essere affrontata solo sul piano clinico, ma vada letta come uno snodo centrale della giustizia sociale e dell’effettività delle garanzie costituzionali. La prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita in Italia oscilla tra il 18,6 e il 28,5 per cento, con ansia e depressione nettamente più diffuse tra le donne e con segnali particolarmente critici tra i giovani.
Se si incrociano questi dati con quelli regionali, l’Umbria emerge come una delle realtà più esposte. Secondo i dati del ministero della Salute, la regione registra uno dei tassi più elevati di persone prese in carico dai servizi di salute mentale, con circa 195 persone ogni 10 mila abitanti, ben al di sopra della media nazionale. In termini assoluti, risultano in cura oltre 16 mila adulti, mentre sono più di 12.600 i minori e adolescenti seguiti dai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Numeri che restituiscono la dimensione di un disagio diffuso e trasversale, che coinvolge in modo significativo anche le giovani generazioni.
Proprio sui giovani il rapporto Caritas lancia l’allarme più netto. La fascia tra i 14 e i 19 anni registra il peggioramento più marcato dell’indice di salute mentale tra il 2016 e il 2024, con una riduzione di 1,6 punti, che sale a 2,3 punti tra le ragazze. Vuol dire che, in otto anni, il livello medio di benessere psicologico degli adolescenti è sceso in modo significativo. Il fatto che tra le ragazze la riduzione arrivi a 2,3 punti indica un peggioramento ancora più marcato, quindi una maggiore esposizione a sintomi di ansia, depressione, stress emotivo, insicurezza e disagio relazionale rispetto ai coetanei maschi. Una tendenza che trova riscontro anche in Umbria, dove le rilevazioni regionali indicano un raddoppio, tra il 2019 e il 2022, della quota di giovani tra i 14 e i 24 anni con basso benessere psicologico. Un dato che si intreccia con altri fattori di fragilità, dalla precarietà lavorativa alla povertà educativa, fino all’isolamento sociale accentuato dalla pandemia.
Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani richiama l’attenzione proprio su questo intreccio, sottolineando come «i numeri diffusi non descrivano un fenomeno marginale o transitorio, ma delineino una trasformazione profonda del tessuto sociale italiano, in cui la sofferenza psichica si intreccia sempre più strettamente con le disuguaglianze economiche e relazionali». Una lettura che trova conferma anche nel contesto umbro, dove alla crescita della domanda di assistenza psicologica e psichiatrica non sempre corrisponde un rafforzamento dei servizi territoriali.
Il rapporto Caritas e le analisi regionali convergono inoltre su un altro elemento critico: le forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale. Il progressivo definanziamento e l’indebolimento dei presìdi di prossimità rischiano di trasformare il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, in un diritto a intensità variabile, condizionato dal luogo in cui si vive. In una regione come l’Umbria, caratterizzata da un’elevata incidenza di presa in carico, questo rischio appare ancora più evidente.
Il disagio giovanile si manifesta anche nei nuovi spazi digitali. Il rapporto segnala come sui social media, in particolare su Instagram, aumentino i riferimenti ad ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare, mentre le forme più gravi e complesse di sofferenza restano spesso invisibili. Un elemento che rafforza la necessità, evidenziata dal Coordinamento nazionale docenti dei diritti umani, di un approccio educativo strutturato, capace di tenere insieme alfabetizzazione emotiva, educazione digitale e consapevolezza dei diritti.
In questo contesto, la proposta di istituire un “Laboratorio permanente di cittadinanza emotiva e diritti” nelle scuole viene letta come un tentativo di spostare la salute mentale dalla dimensione esclusivamente individuale a quella pubblica e collettiva. Un’impostazione che, anche alla luce dei dati umbri, mira a ricondurre il disagio psichico dentro il perimetro delle politiche sociali, del welfare territoriale e della coesione comunitaria.
Incrociando i numeri nazionali e regionali, il quadro che emerge è quello di una regione pienamente attraversata dalla “relazione circolare” descritta dal rapporto Caritas: la povertà alimenta il disagio mentale e il disagio mentale, a sua volta, produce nuove forme di impoverimento ed esclusione. In Umbria, come nel resto del Paese, la salute mentale si conferma così non come un ambito settoriale, ma come un indicatore della qualità democratica e della capacità delle istituzioni di garantire diritti fondamentali in modo equo e universale.
