di Ivano Porfiri
Se tra il 2008-2010 le famiglie povere in Umbria erano circa 20 mila (il 5,5% della popolazione), nel 2011 sono diventate oltre 36 mila (quasi il 9%). Lo rivela il 5° Rapporto sulla povertà in Umbria realizzato dall’Agenzia Umbria Ricerche e dall’Osservatorio sulle Povertà in Umbria, un organismo costituito nel 1995 dalla Regione e dalla Conferenza episcopale umbra. Un aggravamento della situazione che di certo nel 2012 ha visto ulteriormente peggiorare la situazione di tante famiglie. Un allarme sociale sotto gli occhi delle istituzioni, alle prese con tagli forzati ai bilanci che vanno ulteriormente ad incidere sulla possibilità di sostegno alle persone.
I DATI SULL’INFLAZIONE A PERUGIA
La definizione Gli indici utilizzati per inquadrare la le famiglie in povertà sono due: i consumi e il reddito. Secondo il primo approccio, una famiglia è povera se la sua spesa per consumi è minore di quella media procapite nazionale definita secondo la linea di povertà e varia a seconda del numero dei componenti. Ad esempio, nel 2009 la soglia di povertà per una famiglia con tre componenti per consumi è 1.307 euro al mese. Secondo il secondo approccio, una persona è a rischio povertà se vive in una famiglia con reddito netto familiare equivalente o inferiore al 60% del reddito mediano del proprio paese. Ad esempio la soglia di povertà per reddito nel 2009 per una famiglia con due adulti e un minore è di 1430 euro mensili.
I numeri Tra le famiglie povere – recita il rapporto – si possono individuare quelle che versano in uno stato molto grave: sono circa 6.300, l’1,7% di tutte le famiglie umbre. Appena al di sopra della soglia di povertà vi è un altro 5%, pari a 19 mila famiglie: verosimilmente, dal 2010 al 2011, molte di queste unità definite «quasi povere» sono passate ad uno stato di povertà conclamata.
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A rischio 109 mila famiglie Questo è l’esito delle stime che scaturiscono quando la povertà viene calcolata in termini di spesa per i consumi. Se si considera invece il reddito familiare disponibile, gli umbri a rischio di povertà sono circa 109 mila, cioè il 12,1% delle famiglie, un dato che porta l’Umbria al 3° posto fra le regioni del Centro-Nord più a rischio.
La deprivazione materiale Analizzando i consumi, si scopre che una famiglia povera rispetto a una non povera è costretta a comprimere spese come quella per la salute (2% del budget contro 4,5%). L’indice di deprivazione materiale (dato dalla coincidenza di almeno tre fattori su nove di una scala che va dal non potersi permettere un’auto a non poter affrontare spese impreviste) dal 2004-06 al 2008-10 è passato in Umbria dal 9,4% al 13,9% con un incremento 48%.
I motivi Perché siamo giunti a questo punto? Per spiegarlo il Rapporto ricorre all’immagine di due ondate, di cui una, più recente, si è riversata sull’altra già da tempo in movimento. L’onda lunga è costituita dalla disuguaglianza sociale e dalla povertà cronica, da quasi vent’anni monitorate costantemente dall’Osservatorio. L’onda più recente è rappresentata dall’attuale crisi economica, che accentua gli squilibri sociali e che ai poveri veri e propri aggiunge l’impoverimento di famiglie del ceto medio e medio-basso. L’effetto congiunto di queste due tendenze sta profondamente modificando il profilo sociale della nostra regione.
Giovani poveri In particolare, l’allargamento dell’area della povertà prodotto dalla crisi economica ha investito soprattutto le famiglie più giovani e quelle più numerose, specialmente se con figli. L’incidenza della povertà è dell’8,8% delle famiglie fino a 35 anni (diventa 15,6% in caso di monogenitore), per poi scendere progressivamente salvo poi risalire al 6,1% oltre i 65 anni. In confronto, le famiglie di anziani hanno subito minori ripercussioni perché, dipendendo da redditi mediamente più bassi, sono riuscite a mantenere con minori difficoltà un livello di spesa più moderato. Ecco perché il Rapporto ha dedicato un’attenzione particolare ai più giovani, soprattutto quelli che hanno costituito una nuova famiglia. In questo ambito, un alto livello d’istruzione e un lavoro stabile (bene ormai raro) possono essere insufficienti per impedire uno scivolamento verso la povertà. Inoltre, sempre fra le famiglie giovani, incertezza e precarietà possono convivere con livelli di reddito familiare relativamente elevati: questa è la fascia sociale degli “incerti”, presente per lo più tra i nuclei familiari la cui persona di riferimento è donna, con alto livello di istruzione e lavoro precario. A ciò si aggiungono le «famiglie disagiate» – un terzo del totale – che hanno un basso reddito e un alto stato di malessere: in tal caso di solito i capifamiglia sono molto giovani, donne, monogenitori con figli, con un basso livello di istruzione, disoccupati o con un contratto a termine.
Emergenza lavoro Rispetto ai quattro Rapporti precedenti, dal quinto emerge con più forza la «emergenza lavoro»: le occupazioni precarie, diffusissime in Umbria, sembrano aver fallito nell’intento di avviare al lavoro vero e proprio; piuttosto esse innescano tutto uno stile di vita dominato dalla precarietà. Con la crisi, il mercato del lavoro regionale è diventato ancora più severo, sicché oggi quasi il 10% degli Umbri vive in famiglie con almeno un componente in difficoltà.
Livellamento verso il basso Un’altra tendenza rilevante riguarda il rapporto fra la parte straniera e quella autoctona della società umbra: l’attuale situazione sembra imprimere un livellamento verso il basso. Naturalmente restano le differenze fra chi sta male e chi sta peggio; quegli immigrati che già prima erano marginali, ora sembrano fuori pista, esclusi anche dalla visibilità. E lo stesso sta capitando per altri soggetti marginali, stranieri e non: i senza fissa dimora, i detenuti, etc. Per il resto, il tendenziale livellamento corre il rischio d’innescare pericolose tensioni sociali, a meno che l’attuale crisi non spinga verso nuove ragioni di solidarietà, che non mancano.
Chi va alla Caritas Il consulente scientifico dell’Aur Paolo Montesperelli ha fotografato l’utente tipo che si rivolge alla Caritas, in prima linea nell’aiuto ai poveri: «Sono donne e uomini di età compresa tra i 35 e 39 anni, coniugati, nel 21 per cento dei casi con un livello di istruzione medio, il 36% sono italiani e molti disoccupati ed hanno prevalentemente espresso il bisogno di trovare lavoro e di denaro per le esigenze elementari. In confronto, le famiglie di anziani hanno subito minori ripercussioni perché, dipendendo da redditi mediamente più bassi, sono riuscite a mantenere con minori difficoltà un livello di spesa più moderato. Ma gli anziani soli, secondo quanto riferiscono i medici di famiglia, si trovano costretti a scegliere tra la spesa per il riscaldamento e quella per le medicine».
Monsignor Bassetti «La povertà va interpretata come un fenomeno complesso da declinare al plurale – ha detto il presidente della Conferenza episcopale umbra, monsignor Gualtiero Bassetti –. Le povertà sono di diversi tipi e tra queste c’è la cosiddetta vulnerabilità, cioè quella fascia che emerge sempre di più e che sta andando a precipizio in seguito alla crisi. Penso ai piccoli imprenditori e alle loro famiglie, che sono centinaia ed hanno difficoltà a mostrare pubblicamente le loro difficoltà – ha detto – e alle donne e alle coppie giovani per i quali la perdita di speranze equivale a spezzare il loro futuro». Tra le molte iniziative del mondo cattolico monsignor Bassetti ha ricordato il Fondo di solidarietà «che non si limita ad elargire contributi economici, ma fa un richiamo alle coscienze di tutti».
Catiuscia Marini La presidente della Regione Catiuscia Marini ha sottolineato come «il Rapporto ci consegna un’analisi approfondita e dei dati che potranno essere utilizzati per le politiche dei prossimi anni che risentiranno della manovra correttiva che ha previsto una riduzione della spesa sociale che, in pratica, si traduce in una sorta di arretramento dello Stato sui temi della cittadinanza sociale e del Welfare senza aver proposto un modello sostitutivo». Relativamente al Rapporto la presidente ha sottolineato che «lo studio conferma ciò che ci aspettavamo, e cioè che gli effetti della crisi avrebbero avuto un impatto sociale modificando le condizioni di vita dei cittadini umbri e degli italiani». La presidente ha quindi sottolineato che «in Umbria gli effetti della crisi si montano su fragilità strutturali e che, di conseguenza, le azioni di contrasto dovranno interagire sui due livelli. Le nuove povertà di oggi – ha precisato – sono rappresentate da quelle famiglie chiamate ‘vulnerabili, che entrano in povertà in seguito alla crisi e ai cambiamenti che investono il sistema produttivo. Le politiche sociali e quelle attive del lavoro, devono incidere su questa emergenza anche per reinserire i lavoratori che hanno subito gli effetti negativi della crisi e ripristinare il lavoro per permettere alle famiglie di uscire dalle difficoltà».
Claudio Carnieri «La povertà ci porta con forza dentro la contemporaneità – ha detto il presidente Aur, Claudio Carnieri – per farci leggere la sua contraddittorietà. I percorsi di esclusione e di sofferenza, hanno una dimensione individuale, spesso silente. Essere poveri non vuol dire solo non avere denaro, ma anche non essere in grado di realizzare le funzioni fondamentali della vita umana, come vivere con una forte speranza di vita, istruirsi, avere sicurezza nel lavoro e una possibilità di partecipazione significativa alla vita sociale e politica».
