Corso Vannucci in una calda giornata di giugno (foto ©️Fabrizio Troccoli)

L’Umbria ha un’economia che vale meno della media italiana, ma presenta indicatori di benessere che raccontano una regione più solida di quanto suggerisca il solo Pil. Nel 2024 il Pil pro capite è stato di 32.467 euro, il 13% in meno rispetto al valore nazionale. Il reddito disponibile per abitante si è fermato a 22.524 euro, contro i 23.155 dell’Italia.

Quando però si allarga lo sguardo agli indicatori del Bes, il Benessere equo e sostenibile elaborato dall’Istat, il quadro cambia. Un’elaborazione della Banca d’Italia su 120 indicatori colloca l’Umbria nel 2024 oltre dieci punti sopra la media italiana. E soprattutto il divario è andato crescendo: tra il 2018 e il 2024 l’indice complessivo di benessere regionale è aumentato del 16%, contro il 12,1% dell’Italia e l’11,8% del Centro.

A spingere il risultato sono soprattutto relazioni sociali e istituzioni. Nel 2024 gli umbri assegnano 4,8 punti su dieci alla fiducia nel Parlamento, contro 4,7 in Italia, 5,1 al sistema giudiziario contro 4,9 e 7,7 alle Forze dell’ordine e ai Vigili del fuoco contro 7,4. Non è invece maggiore la fiducia nei partiti, che si ferma a 3,5 punti, esattamente come nel resto del Paese.

È un cambiamento rispetto al passato. Nel 2016 l’Umbria era sotto la media nazionale per tutti e tre gli indicatori istituzionali: 3,6 contro 3,7 per il Parlamento, 4 contro 4,3 per la giustizia e 7,1 contro 7,2 per Forze dell’ordine e Vigili del fuoco. Anche la durata media dei procedimenti civili è diminuita, passando dai 522 giorni del 2014 ai 401 del 2024, contro i 447 della media italiana.

C’è poi la partecipazione. Alle elezioni europee del 2024 ha votato il 60,8% degli aventi diritto in Umbria, contro il 52,5% del Centro e il 49,8% dell’Italia. Un altro indicatore arriva dal lavoro: secondo un’elaborazione della Camera di Commercio dell’Umbria su dati Istat, il 57,5% degli occupati attribuisce un voto tra 8 e 10 a diversi aspetti della propria occupazione, dal guadagno alla stabilità, dall’orario all’interesse per ciò che fa. È il terzo dato più alto tra le regioni italiane, nonostante le retribuzioni medie siano inferiori dell’11,2% a quelle nazionali.

La distanza tra soddisfazione e reddito è uno degli elementi più interessanti della fotografia umbra. Il 2,8% degli occupati teme di perdere il lavoro senza trovarne uno simile, contro il 3,2% nazionale, mentre il passaggio da un’occupazione instabile a una stabile riguarda il 20,4% degli occupati, contro il 16,6% italiano. Restano però salari, produttività, part-time involontario e utilizzo delle competenze qualifiche da migliorare.

Il quadro suggerisce quindi un paradosso: l’Umbria possiede un patrimonio di fiducia, partecipazione e qualità delle relazioni che le statistiche economiche non riescono a rappresentare. Non è una compensazione per il Pil più basso, né una prova che i problemi economici siano meno importanti. È piuttosto una risorsa ancora parzialmente inespressa. La questione diventa capire perché questo capitale sociale non riesca ancora a tradursi con maggiore forza in produttività, investimenti, salari e capacità di trattenere competenze e giovani.