di Diletta Paoletti
«Abbiamo bisogno di più Europa, di politiche unitarie, condivise e coordinate». A sostenerlo è Leonardo Domenici, che venerdì ha incontrato, su iniziativa della cattedra di Diritto dell’Unione europea, gli studenti della Facoltà di Scienze politiche dell’Ateneo perugino. Per parlare d’Europa, appunto. E di economia. Binomio – questo – più che mai incandescente: ad un anno dalla crisi greca, le tensioni sembrano tutt’altro che risolte. Tra dilemmi (Euro sì, Euro no?), minacce e provocazioni (l’ultima quella del ritorno della Grecia alla dracma), i rating colano a picco e l’inflazione sale. Mentre – ahinoi – l’impasse politica resta.
Ex sindaco di Firenze Laureato in filosofia morale, Domenici vanta una lunga esperienza di dirigente politico: dopo essere stato parlamentare italiano per cinque anni, nel ‘99 è eletto sindaco di Firenze, poi riconfermato nel 2004. Tra i fondatori del Partito democratico, è stato anche presidente dell’Anci, l’Associazione Nazionale dei Comuni italiani. Oggi siede nuovamente in un’assemblea rappresentativa, questa volta, a Bruxelles: all’interno del Parlamento europeo è iscritto al Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici e si occupa, tra le altre cose, di economia (è membro della Commissione per i problemi economici e monetari), oltre che far parte della Delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare UE-Russia. «Oggi – spiega con rammarico – l’Unione continua a funzionare secondo una logica intergovernativa, dove a contare sono ancora le relazioni dirette tra i governi». Servirebbe più Europa, appunto. A maggior ragione di fronte «ai disastrosi effetti della crisi». A dirla tutta, sono gli errori del passato a pesare sul presente: «quando abbiamo concepito il patto di stabilità e crescita – spiega l’eurodeputato – e, con esso, il tetto del rapporto deficit-pil al 3%, abbiamo creato un meccanismo eccessivamente rigido che, a lungo andare, non ha retto».
Moneta e basta La moneta unica, inoltre, è stata fatta senza avere alle spalle una politica economica integrata e un adeguato livello di coordinamento e controllo delle politiche di bilancio. In breve, mancava (e manca tuttora) la governance economica. «E, in tutto ciò – aggiunge Domenici– la Banca Centrale europea dispone solo della leva dei tassi di interesse, mentre è priva di efficaci strumenti di coordinamento». Con la crisi tutti questi nodi sono venuti al pettine: che fare? Qualcosa è già stato fatto (risposte importanti ci sono state, come ad esempio lo European Financial Stability Facility e il Meccanismo europeo permanente di stabilità, una sorta di Fmi europeo) ma non basta. «Serve innanzitutto riformare il patto di stabilità e crescita».
Attenzione all’austerity Ma attenzione alle politiche di austerità e rigore: «sono certamente necessarie, devono però essere compensate con scelte istituzionali di segno diverso, che favoriscano la crescita sostenibile e gli investimenti nel medio e lungo periodo». Altrimenti, senza crescita, il debito non potrà mai essere ripagato. «Non sarebbe sbagliato – continua l’eurodeputato – studiare forme di socializzazione del debito, ad esempio gli Eurobond, che andrebbero usati per raggiungere gli obiettivi della strategia Europa 2020, che rimane il “faro” per la competitività e lo sviluppo dell’Ue».
Ridurre gli squilibri Anche perché un’unione monetaria funziona solo se è simmetrica, ecco allora che, sostiene Domenici, è urgente ridurre gli squilibri che esistono oggi nel territorio europeo, tra un paese in surplus (la Germania) e altri in (maggiore o minore) difficoltà. Non mancano riferimenti ad un’Italia «troppo concentrata su festini e legittimo impedimento» per entrare nel vivo del dibattito europeo e che investe troppo poco sull’Ue, anche in termini di personale e di carriere. «Mario Draghi – spiega Domenici – arriva alla BCE grazie al suo curriculum e alle sue doti individuali, più che come “espressione” del sistema paese Italia».

