di M.T.
L’ha detto all’Avvenire, poi l’ha ripreso Repubblica e diversi siti di informazione. Il messaggio è stato colto nel suo senso ma, a parere della Chiesa assisana, anche distorto. Quindi approntata una rettifica. Ma alla fine il senso è questo: il matrimonio è un fatto serio. Che prevede consapevolezza degli sposi, la loro preparazione religiosa e la partecipazione della loro comunità a quello che è un fatto pubblico. L’ha detto il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, richiamando ai valori ma anche alle regole della Chiesa. E precisando che Assisi non è una location e basta. Non può essere scelta solo per una ragione estetica. Perchè piace una chiesa, un panorama o per moda. Ora, che intorno ai matrimoni ci sia anche un indotto economico assisano, di certo non sfugge al vescovo, e che le sue affermazioni non siano proprio popolari nel territorio, lo sa benissimo. Ma è il capo di questa Chiesa e alle sue regole e ai suoi principi deve pur richiamarsi. Soprattutto quando i dati, citati anche nell’intervista dell’Avvenire, dicono che dall’inizio dell’anno, sono state celebrate nella diocesi di Assisi, 159 nozze, e tra queste 90 di non residenti.
Le precisazioni Stando all’andazzo viene da se che un sacerdote di Assisi dovrebbe fidarsi ciecamente del fatto che gli sposi abbiano piena consapevolezza del sacramento che si accingono a celebrare, avendoli conosciuti solo per qualche momento e non avendo compiuto con loro un percorso di preparazione. Ecco perchè il vescovo di Assisi dice basta a quella che, rischiando di diventare una moda, finisce per svilire di significato il sacramento religioso. Tuttavia, tenuto conto che a parere di monsignor Sorrentino ci sarebbero state distorsioni al suo messaggio, attraverso una nota diffusa a tutti gli organi di stampa, chiarisce che non è in assoluto impossibile o vietato sposarsi ad Assisi per chi non è assisano. E’ possibile se avviene per ragioni religiose, quale può essere una particolare devozione a San Francesco e lo è in tutti quei casi previsti dalla Chiesa, ovvero quando il sacerdote della parrocchia di riferimento dei promessi sposi, ne ravveda elementi che lo giustifichino. A tal proposito in uno dei passaggi del Direttorio di pastorale familiare della Cei si riporta (n.82): «Ci si guardi dal permettere con facilità la celebrazione del matrimonio in una parrocchia diversa da quella di uno dei nubendi; si affronti con coraggio, saggezza e determinazione il problema della proliferazione di matrimoni in chiese non parrocchiali, e santuari, in chiese con particolari richiami storici o artistici. I vescovi diocesani, in proposito, precisino ulteriormente i criteri a cui attenersi e, nel caso, determinino anche i luoghi diversi dalle chiese parrocchiali in cui i matrimoni possono essere celebrati e ne stabiliscano le condizioni».
