di Marta Rosati
La Fondazione Carit lancia l’ultimatum: «Restauro della fontana entro dodici mesi oppure ritireremo i fondi deliberati». Nulla di male a pensare che il tasso di rischio sia altissimo: «La situazione è complicata, piuttosto nebulosa: i rapporti con la soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici dell’Umbria non è per nulla adamantina». Non si sbottona e non va oltre l’assessore ai lavori pubblici del Comune di Terni, Stefano Bucari, all’uscita dal tavolo di confronto sul restauro della Fontana di piazza Tacito, ma tanto basta per far capire che passerà ancora tempo prima che il monumento simbolo della Conca torni a vedere la luce.
Carit Dopo l’ennesima riunione, a fronte della perdurante assenza di elementi certi da parte della soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici dell’Umbria, a quasi due anni dall’avvio del progetto di restauro della fontana di piazza Tacito, la fondazione Cassa di risparmio di Terni e Narni intende puntualizzare come non si possa perdere ulteriore tempo: «Troppo ne è trascorso inutilmente – scrivono – a causa dei mutati orientamenti della stessa soprintendenza in ordine al restauro dei mosaici, accompagnati da evidenti indecisioni, lacune programmatiche e organizzative». Da Corso Tacito arriva allora una presa di posizione forte, ma già annunciata: «La Carit intende porre un termine temporale, dodici mesi, oltre il quale tutti i finanziamenti deliberati per la realizzazione di un progetto ritenuto fondamentale per la città di Terni, verranno ritirati».
Scenario «Nelle ultime settimane, – scrivono ancora dalla fondazione – con i cambi al vertice della soprintendenza, si è passati da un orientamento volto al rifacimento dei mosaici, ad uno – diametralmente opposto – indirizzato al restauro in situ dell’opera di Cagli. Situazione che, pur causando ulteriori ritardi e disagi, è stata comunque accettata. Oggi, invece, si continua a perdere tempo in discussioni improduttive, come testimoniato dalla riunione svoltasi giovedì maggio presso la sede della stessa Fondazione. Si dice cosa non si deve fare, ma non cosa si dovrebbe fare. Il tutto nonostante le richieste, già avanzate da tempo, di dare seguito con celerità ad un progetto chiaro e condiviso per il recupero del bene. Non sembra però essere questa la priorità della soprintendenza e il rischio è che a pagarne le conseguenze siano, ancora una volta, i cittadini che vorrebbero solo poter riabbracciare il proprio simbolo, attraverso un intervento di qualità e durevole nel tempo».
