di M.T.
Saranno la Corte dei conti e la magistratura, a cui il capogruppo dell’Udc in consiglio comunale, Enrico Melasecche, annuncia di aver inoltrato il dossier, a pronunciarsi sul progetto relativo al teleriscaldamento – la possibilità di sfruttare il calore sviluppato nel ciclo produttivo delle acciaierie per alimentare gli impianti di riscaldamento domestici – e che il consigliere definisce fallimentare.
Il calore «L’idea in sé del teleriscaldamento è assolutamente valida – dice Melasecche – e altrove funziona benissimo. Continuare a sprecare una quantità enorme di calore, prodotto peraltro con energia elettrica costosissima dalle lavorazioni all’interno delle acciaierie, costituisce solo un danno all’ambiente ed un surriscaldamento dell’atmosfera. Purtroppo fra il dire e il fare, soprattutto quando non si hanno le capacità amministrative e tecniche adeguate, la distanza è abissale. A distanza di vari lustri – insiste l’esponente dell’Udc – il progetto che doveva riscaldare con quel calore buona parte degli edifici di Borgo Bovio è diventato una tragica barzelletta».
L’Asm Poi Melasecche rincara la dose: «L’attuale amministrazione ha cercato maldestramente di affibbiare all’Asm quell’impianto. L’azienda avrebbe dovuto accollarsi quella bufala al costo di realizzazione sopportato dal Comune per circa 3,5 milioni di euro, quando palesemente l’impianto non è ancora entrato in funzione e forse non entrerà mai. Ci opponemmo a quella operazione cervellotica e pretendemmo che fosse il tribunale, con una perizia giurata a valutare la redditività di quell’impianto oltre alla possibilità di farlo funzionare, bloccando così quel tentativo maldestro».
Lo studio Secondo il consigliere comunale di minoranza, «la perizia fatta dall’Asm comporta un giudizio durissimo, per cui pretendiamo dal sindaco una risposta definitiva, perché la città non può più permettersi di avallare responsabilità ben precise». Ai ternani, secondo Melasecche, «rimane il ridicolo di impianti realizzati all’interno delle acciaierie per captare il calore; tubazioni enormi sotterrate sulle strade cittadine; centrali di distribuzione del vapore; edifici pubblici e privati costruiti per utilizzare quell’impianto ma, ad oggi, riciclati con centinaia di caldaiette tradizionali a metano».
