di Francesca Mancosu
La fine dell’anno si avvicina, e con essa gli inevitabili ‘bilanci’ e i progetti di una nuova vita. Magari in un altro Paese. E se, come ricorda anche il Censis, gli italiani che si sono trasferiti all’estero nell’ultimo decennio sono più che raddoppiati, passando dai circa 50mila del 2002 ai 106mila del 2012, fra di loro ci sono anche molti ternani. Laureati, intorno ai trent’anni, e con una storia da raccontare.
Luca – Los Angeles Cominciamo da Luca, quello che è andato più lontano e che, almeno per ora, ha fatto più fortuna di tutti. «Mi sono laureato in critica cinematografica al Dams di Roma, nel 2006. Pensavo di fare ricerca, magari il docente, ma poi sono stato contattato da un amico che aveva bisogno di qualcuno che girasse dei video promozionali di Sharm El Sheik e, visto che già mi occupavo di montaggio ed effetti speciali sono partito, scoprendo una nuova vocazione, che mi ha portato a lavorare ‘concretamente’ nel cinema». Dopo un’esperienza come assistente di produzione al film ‘La stella che non c’è’ di Gianni Amelio, Luca decide di andare a cercare davvero l’America. «Mi sono iscritto alla scuola del cinema dell’Università della California del Sud, a Los Angeles, tradizionalmente collegata ad Hollywood e molto utile per stringere contatti e trovare lavoro. Così, ho fatto un primo stage di sei mesi alla Spyglass, la società che ha prodotto Il sesto senso; poi ho conosciuto Raffaella De Laurentiis (figlia di Dino, e produttrice di pellicole come ‘Dune’; ndr), che mi ha offerto un altro stage e alla fine mi ha chiesto di restare come suo assistente e quindi come story editor». E da allora, Luca non si è più fermato. «Per fare questo lavoro – ammette – Los Angeles è il massimo. L’unico problema è che non stacchi quasi mai, e sei in competizione con giovani di 20 anni appena usciti dall’università, super ambiziosi, e che a 28 ricoprono già posizioni di vertice. Ma, nonostante tutte le difficoltà, quello americano è un sistema che, se sei bravo, ti premia. Non ci sono limiti all’iniziativa privata, ci sono poche leggi e ben chiare. A chi volesse intraprendere una strada simile alla mia, e comunque trasferirsi in America consiglio di pensarci bene e tenere a mente alcune regole: sapere prima cosa si va a fare, elaborare un piano a lungo termine, essere disposti a investire soldi e fatica. Ho visto troppe persone disperarsi perché non riescono ad affermarsi, e altrettante pensare di venire qui semplicemente a tentare la sorte».
Sara – Berlino Trent’anni, Sara ha scelto Berlino, una delle mete più gettonate dai giovani in cerca di nuove opportunità «Ci sono andata in vacanza, e sono rimasta subito colpita dalla città, ma non pensavo mai che ci sarei andata a vivere. Poi, alcuni amici hanno cominciato a trasferirsi lì, e qualcosa è scattato. Tre settimane dopo la mia laurea in filosofia, 5 annifa, ho fatto un biglietto di sola andata insieme al mio ragazzo e siamo partiti, senza piani e con poche cose in valigia». Le prime esperienze di lavoro in terra teutonica sono le ‘solite’ per tutti e due. «Lui, Andrea, faceva il lavapiatti in un ristorante, io l’operatrice in un call center e poi la traduttrice di videogiochi. Nel tempo, dopo un corso intensivo di tedesco e tanta testardaggine, ho trovato un impiego come pubblicitaria – gestisco le campagne marketing di un’azienda che offre servizi di segreteriato in Italia – mentre il mio ragazzo fa il web designer per una start up berlinese, entrambi con un contratto a tempo indeterminato». Roba da sognarsela, in Italia, ma anche a Berlino l’aria sta cambiando. «La qualità della vita è più che alta, fare la spesa è molto economico – mia madre si arrabbia sempre ogni volta che viene a trovarmi – ma il costo delle case, affitti compresi, ultimamente sta aumentando molto. E a dire il vero, non mi trovo benissimo con i berlinesi, che sono tipi un po’ difficili. Per fortuna ho fatto amicizia con tanti stranieri ed italiani che si sono trasferiti qui. Da poco sono arrivate anche mia sorella e una collega dei tempi dell’università, che fra pochi mesi si sposerà con il mio vicino di casa».
Michelle – Londra La più giovane è Michelle, 24 anni appena, e nella capitale britannica già da due. «Se avessi potuto – racconta – sarei rimasta in Italia, e spero proprio che un giorno potrò tornare a casa. Ho deciso di partire per Londra mentre stavo scrivendo la tesi: era un pallino fisso da anni ormai, la vedevo come la mia America, un’America più vicina e facilmente raggiungibile. Avevo cominciato a fare la giornalista a Terni, ma molti miei colleghi mi suggerivano di cambiare ambizione oppure di provare fuori Italia, perché la loro vita era stata costellata di contratti non firmati, paghe misere, tanta incertezza e molti sacrifici». Dopo un’iniziale contrarietà, i genitori le danno il coraggio necessario per partire. «Ero terrorizzata, non sapevo cosa sarebbe stato di me, della vita che avevo costruito, dei miei amici. Non sapevo se sarei stata in grado di costruirmi un’altra vita, una vita migliore, se mai più avessi lavorato come giornalista. Sapevo una cosa: o era la scelta più coraggiosa o la più stupida della mia vita. Ho fatto la ragazza alla pari per sei mesi, poi mi sono trasferita in una casa mia e ho iniziato a lavorare in una panetteria, dove lavoro tuttora: mi svegliavo alle 3 di notte per andare a fare il turno di mattina e tornavo a casa a mezzanotte quando chiudevo il negozio; dopo soli due mesi mi hanno promossa a supervisor, e nel frattempo sto studiando per l’esame di lingua inglese che mi permetterà di accedere all’università e di fare un master in giornalismo». Ma l’ambizione di Michelle va a braccetto con una profonda amarezza. «Mai mi sentirò inglese, ma so che mai l’Italia mi darà quella vita dignitosa che tutti meritano. Londra ha molti difetti: è troppo affollata, la gente è fredda, il cibo disgustoso, il tempo ancora di più. Tutto va a mille e non hai mai tempo di fermarti. Però, Londra ha ciò di cui alla mia età hai bisogno: la speranza che tutto sia possibile, se solo lo vuoi. Londra ha le opportunità, magari qui non vedi il sole, ma vedi il futuro».
Paolo – Dublino Archeologo, trentasei anni, 10 dei quali trascorsi fra Bologna e Lecce a studiare archeologia, la sua passione. «Dopo i primi lavori come cameriere e operatore call centre, nella primavera del 2006 ho trovato su internet l’annuncio di una società irlandese che cercava archeologi per lavorare in cantieri legati all’espansione della propria rete autostradale. Ho mandato il mio curriculum e mi hanno subito offerto un contratto di un paio di mesi: ho accettato senza pensarci su e già prima della fine dell’ingaggio ho ricevuto altre offerte, riuscendo ad essere promosso supervisore in pochi mesi». Poi, nel 2009, arriva la crisi economica, e la società di Paolo è sul punto di chiudere. «Con la mia attuale compagna, Kasia, decidemmo di trasferirci a Dublino: mentre lei trovò un impiego come odontotecnica, io feci un master alla University College Dublin per cercare di inserirmi nell’archeologia accademica. Con un pizzico di fortuna, fui poi assunto da una piccola società americana che si occupa di architettura e design per gestire il loro ufficio europeo a Dublino, e ho finalmente trovato la stabilità che ho a lungo inseguito». Nostalgia dell’Italia? «Anche se spesso sento la mancanza dei miei cari, nonché del clima e del cibo, penso che partire per l’Irlanda sia stata una buona scelta: nonostante la crisi, non c’è il tipo di disperazione e scoramento che trapela dalle testimonianze di tanti italiani. C’è un maggior livello di correttezza nei rapporti lavorativi, uno stato sociale irlandese che è tra i più generosi in Europa, cosa che contribuisce a generare un senso di maggiore protezione e serenità».
