di F.T.
Hanno scelto la casa del ‘Socialismo patriottico’, il movimento politico che ha sede nel Magazzino P0polare di via Romagnosi, per rilanciare l’idea, «perché non basta sperare nell’intervento di qualcuno, ma la prima alternativa deve venire dal territorio». Franco Mangialardi e Giovanni Ceccotti, insieme a Matteo Verticchio – rappresentante e responsabile delle politiche del lavoro per il movimento SP – insistono sul progetto ambizioso di una public company ad azionariato diffuso per salvare l’Ast e si dicono «pronti a compiere i passi necessari». Tempo per riuscirci: tre mesi.
Numeri Giovanni Ceccotti, già candidato al consiglio comunale nella lista ‘Progetto Terni’, annuncia: «Partiremo fra sette giorni, dieci al massimo, e cercheremo di coinvolgere il numero più ampio di soggetti possibili, a partire dai lavoratori. Il nostro obiettivo minimo è di riunire 2 mila soci e raggiungere un capitale iniziale di un milione di euro. L’importo delle quote non è stato ancora deciso ma ognuno contribuirà in base alle proprie possibilità. Al governo che ci dice che ‘bisogna fare qualcosa’, noi vogliamo dimostrare che qualcosa di importante lo stiamo già facendo».
Tappe L’eventuale società si chiamerà ‘Tas – Terni acciai speciali e fucinati’: «Per prima cosa – spiega Ceccotti – costituiremo un comitato promotore che lancerà l’iniziativa, anche attraverso un consiglio comunale allargato ai cittadini e alle forze sociali. Poi si dovrà creare la struttura della newco che avrà una sua governance. Lo step successivo è rappresentato dall’apertura di un confronto con governo e Tk per definire il passaggio e non perdere un solo posto di lavoro». Nel mirino c’è l’apertura di un credito pubblico, attraverso la cassa depositi e prestiti o un fondo strategico per la siderurgia: «Servirà a mantenere l’integrità e a rilanciare il sito produttivo, anche a fronte di un’azienda, la Tk, sempre più in difficoltà e che non si sa come chiuderà il bilancio 2014».
«Nessun rischio» Nell’iniziativa, gli ideatori non vedono «alcun rischio per chi vorrà investirci. Il progetto dovrà essere giuridicamente e tecnicamente fattibile». Poi, sulla stretta attualità: «Occupare la fabbrica vuol dire togliersi il lavoro da soli. I soldi persi con lo sciopero potrebbero essere investiti in un’idea in grado di coinvolgere migliaia di persone, per co-gestire questa fase insieme al governo e all’attuale proprietà».
L’idea Franco Mangialardi, fra i primi a parlare di azionariato popolare con la sua ‘Alleanza e rinascita’, delinea il senso del progetto: «La crisi dell’Ast è la crisi una città senza più una politica sociale, economica e industriale. I problemi partono da lontano, dalla perdita del ‘magnetico’ a cui hanno fatto seguito altri duri colpi. L’Ast come la conoscevamo – spiega Mangialardi – non esiste più. Ora serve uno scatto di orgoglio della comunità che deve riprendere le redini di ciò che per tradizione gli appartiene. Vogliamo dare vita ad una vera alternativa fondata su una nuova cultura popolare, con la persone protagoniste del cambiamento. Tutto ciò è compatibile con un intervento di sostegno da parte del governo».
Cecconi ci sta Il consigliere comunale Marco Cecconi (FdI) appoggia in pieno l’iniziativa: «A me non importa – dice – che la proposta di lanciare una ‘public company’ sia partita da movimenti e personaggi che abbiamo registrato su fronti avversari in campagna elettorale. A me non importa il ‘colore’ di un’idea, se questa idea può avere l’efficacia di invertire una tendenza, mobilitare una comunità per uno scatto in avanti, imporre a Roma la strategicità di una fabbrica che evidentemente Roma ancora non ha mai colto. Per questo – ricorda Cecconi – in consiglio comunale sono stato il primo, e ad oggi l’unico, ad interrogare il sindaco, la giunta e il resto dei miei colleghi sul perché dell’assordante silenzio che ancora avvolge la proposta. Per questo sarò in prima linea perché la proposta possa essere quanto prima pubblicamente presentata e discussa in un consiglio comunale aperto. Se la strada per invertire la rotta a Roma come a Bruxelles passa anche da un cambio di marcia a Terni – quel cambio di marcia che le istituzioni locali finora hanno di fatto negato – noi siamo pronti a verificarne il tracciato e fare i nostri passi».

neanche n questo caso siete capaci di gestire le cose…
perchè non cominciate a far capire che se chiude l’AST qualcuno finisce in manette per i disastri ambientali che hanno fatto?
e che un progetto che contempli, bonifiche e mantenimento della fabbrica potrebbe evitare tutto questo.
Se chiude la fabbrica e fallisce come l’attuale AD vuole e sa fare.
Terni rimane con il cancro dell’inquinamento che l’AST gli lascia oltre al danno della mancata occupazione.
Allora, andrebbe commissariata e gestita in un ottica di città e non di business nudo e crudo.
Altrimenti fallisce e arrivederci, con l’attivo del fallimento non solo non bonificheranno l’inquinamento finora prodotto, discariche ecc,.ec c, ma non basteranno soldi nemmeno per smantellare l’azienda e ridare spazi alla città.
Questo è un problema sociale di una città non di business privatistico che si basa sulle attuali leggi e tribunaletti vari.
Ma l’Europa dov’è?
La regione dov’è?
L’italia di Renzi dov’è???
Perchè Taranto si e l’AST no?