di M.T.
A dicembre scadrà la convenzione tra il comune di Terni e Cinecittà Studios per la gestione degli, ormai, ex studi cinematografici di Papigno – quelli de ‘La vita è bella’, per intenderci – e la situazione di progressivo abbandono del sito è oggetto di una dura presa di posizione da parte di Sinistra Ecologia e Libertà.
Il fallimento «La scommessa amministrativa, non priva di indubbio fascino e interesse, di creare a Papigno un polo cinematografico importante anche in termini occupazionali e di valorizzazione turistica, si può dire, sostanzialmente, fallita», afferma Sinistra Ecologia e Libertà, che chiede all’amministrazione comunale «uno scatto di orgoglio e di fantasia per verificare definitivamente la sostenibilità, economica e culturale, di un centro di produzioni cinematografiche a Terni. Altrimenti tentare di battere nuovi percorsi».
La convenzione Sulla base degli accordi stipulati nel 2001, ricorda Sel, «a fronte di un modestissimo canone pagato dalla società romana al comune», Cinecittà Studios avrebbe dovuto garantire «l’utilizzo del sito per produzioni cinematografiche e di fiction, per un numero minimo di giorni all’anno, grazie a investimenti pubblici e privati attratti dai servizi offerti e dalla competitività economica rispetto agli studi romani. La storia, onestamente, ci racconta altro».
La polemica Cinecittà Studios, secondo Sel, «non ha saputo (o voluto?) attrarre produzioni in modo significativo, in questo non favorita di certo dall’incolore attività di Umbria Film Commission, che non ha mai svolto quel ruolo propulsore e catalizzatore che organismi analoghi hanno saputo invece garantire in altre realtà». E si cita l’esempio della Puglia, che con «il lavoro di Apulia Film Commission ha ospitato oltre 100 produzioni in tre anni». Mentre a Terni, insiste Sel, «ci troviamo di fronte a produzioni ferme, a professionalità formate sul territorio costrette ad emigrare o a ri-formarsi», ma, soprattutto, «siamo di fronte ad uno stallo assoluto circa le decisioni da prendere a pochi mesi dal termine della convenzione in atto».
La proposta Perché non proporre, quindi, «un concorso di idee che possa indicare anche strade alternative e di qualità per l’utilizzo del sito e delle sue infrastrutture? Un bando aperto di dimensione europea basato sul confronto della qualità progettuale e dell’affidabilità del soggetto gestore. Forse si scoprirà che la via intrapresa alcuni anni fa non è la sola percorribile, non solo dal punto di vista del soggetto gestore ma anche della destinazione d’uso». In ogni caso, conclude Sel, «chiediamo che si riapra il dibattito pubblico intorno a un bene importante della nostra comunità, che non merita di essere abbandonato all’oscura – e nemmeno remunerativa – gestione dell’ovvio. Prima che l’emergenza certifichi la stanca continuazione dell’esistente».


