La Pet Tac destinata a Terni

di Marco Torricelli

Quella che sembrava – ma, diciamo la verità, non ci credeva nessuno – una semplice polemica, tutta locale, tra l’Azienda ospedaliera di Terni e la Fondazione Carit, promette di diventare, invece, un caso inquietante. La storia abbiamo iniziato a raccontarla nei giorni scorsi: la Fondazione fa una donazione – un milione di mezzo di euro – per comprare e istallare una Pet Tac all’Azienda ospedaliera, ma non c’è verso, quella Pet Tac, già comprata, è ferma in dogana.

Lavori in corso Il vero oggetto del contendere è quello che si era ipotizzato: i lavori che devono essere fatti per collocare, in sicurezza, un impianto importante, all’interno di una struttura preesistente. Già, perché una Pet Tac presuppone l’utilizzo di farmaci specifici – e pure questo ha la sua importanza, molta importanza, perché quei farmaci qualcuno li deve fornire – che, di fatto, rendono il paziente ‘radioattivo’ per il periodo necessario all’esame e da qui la necessità di predisporre quella che, nello scambio epistolare intercorso tra i vari soggetti interessati alla faccenda (compresa la Siemens, che piazza la macchina e la Icoc di Ancona che deve realizzare i lavori) si parla espressamente di quella che in gergo tecnico si definisce «zona calda» e che deve essere resa praticamente stagna ed isolata dal resto della struttura.

Una gara ad handicap La procedura che ha portato alla scelta di fornitori e appaltatori è stata, come dire, complessa: tanto che oggi più di uno storce la bocca ripensando a quel proclama, lanciato dall’allora direttore generale dell’Azienda ospedaliera, Gianni Giovannini: «Il protocollo d’intesa prevede la creazione di una struttura d’avanguardia con finalità scientifico-sperimentali e al contempo clinico-assistenziali. La nuova apparecchiatura verrà installata a Terni nel giro di pochi mesi». Sono passati tre anni e mezzo e quella preziosa macchina è ancora imballata.

La ricerca promessa Il protocollo a cui faceva riferimento Giovannini era stato siglato, oltre che da lui, anche dal magnifico rettore dell’Università di Perugia, Francesco Bistoni e dal direttore scientifico della Acom, azienda che fornisce, tra l’altro, i farmaci necessari all’esame che si effettua con la Pet Tac. «In virtù della sua valenza pluridisciplinare – aveva detto Bistoni – il centro di ricerca sarà in grado sia di testare nuovi radiocomposti, diventando così un polo di riferimento per la validazione di composti radioattivi officinali, sia di sintetizzarne nuovi». Peccato che per una questione di soldi – all’appello mancano 300 mila euro, che non si capisce bene chi dovrebbe sborsare e per quali lavori, visto che del cosiddetto ‘computo metrico’ si sono perse le tracce – quelle «nuove frontiere nella ricerca e nell’assistenza ai pazienti di Terni affetti da tumore» di cui si parlò allora, restino drammaticamente chiuse.

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