di Silvia Scaramuzza
«Essere disabili è un fastidio», dice Giulia, vent’anni, al suo arrivo in carrozzina davanti al bar del centro. Volevamo sederci, prendere un caffè e parlare in tranquillità, ma già all’ingresso cominciano a manifestarsi i primi disagi: la porta.
I disagi Si parla sempre di scivoli pedonali e di rampe elettroniche sugli autobus per facilitare l’accesso ai disabili, ma raramente si pensa a cosa vuol dire voler entrare in uno qualsiasi dei bar o dei negozi che popolano il centro cittadino: serve sempre l’aiuto di qualche passante che gentilmente si offra di aprire – appunto – la porta, che raramente è scorrevole.
Disabilità istituzionale È curioso che tra tante parole, Giulia, per descrivere la propria condizione di disabilità, abbia scelto proprio quella di fastidio. L’espressione fa pensare a qualcosa di spiacevole, di scomodo tanto per sé quanto per gli altri. E in effetti è così, «per lo meno nella misura in cui la disabilità fisica si configura come specchio, come riflesso di un’istituzione inabile nell’assolvere il proprio compito di tutela del cittadino e dei suoi diritti». Infatti, nel momento in cui il mondo politico inneggia alle pari opportunità senza riuscire a concretizzarle, l’istituzione si svuota del suo valore e diviene essa stessa disabile, mancante.
Opportunità «Si parla sempre di pari opportunità – prosegue Giulia – ma pari opportunità di che? I disabili sono discriminati perfino sul posto di lavoro, con stipendi inferiori rispetto agli ‘abili’. Per non parlare di tutte le disuguaglianze che esistono anche all’interno delle varie categorie di disabili. Pari opportunità? È tutta retorica da campagna elettorale».
Un problema collettivo Giulia è una ragazza determinata. Ha un piglio battagliero. È il tipo di persona che quando vede un ostacolo prende fiato e lo salta con audacia. Anzi, ci costruisce sopra uno scivolo e ne sale e scende con grazia. Mi spiega infatti delle infinite lotte portate avanti nel ternano per rendere la città una realtà davvero accessibile a tutti. Ci tiene però a specificare una cosa: «Bada bene, la colpa non è solo delle istituzioni, che a volte chiudono gli occhi, ma anche delle varie associazioni per disabili che mancano di concretezza e che sono scarsamente coordinate tra loro. La responsabilità inoltre è pure dei cittadini, che non pensano a come migliorare la condizione dei più disagiati ed è perfino del disabile stesso, che molto spesso si rassegna e piuttosto che agire lascia che le proprie battaglie vengano portate avanti da altri. Mi capisci?».
La responsabilità Si rende conto che fatico a starle dietro e allora rallenta: «Mi spiego meglio – dice Giulia – e ti faccio un esempio: non basta mettere ascensori nelle scuole. Dobbiamo capire che la vera partita per l’integrazione si gioca al di fuori delle istituzioni, nel terreno delle relazioni sociali. Ecco, avere l’accortezza di organizzare una cena di classe in una pizzeria che non ha le scale, già sarebbe un passo nella direzione giusta. Bisogna rafforzare l’integrazione. Altrimenti rimarremo sempre degli emarginati: emarginati dalla collettività e marginali per la società. Mi capisci?».
