Il rettore Giovanni Paciullo (Foto Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Dalla tolda di comando conquistata otto mesi fa, il rettore dell’università per Stranieri di Perugia Giovanni Paciullo immagina un ateneo che deve essere «un hub sul mondo». Un’Università che deve ripensarsi ripensando ciò che insegna a chi la frequenta, rendendolo più aderente al contesto economico. Palazzo Gallenga dovrà tornare a essere «al centro della città», fornendo sempre più opportunità e servizi agli studenti e al mondo economico.

Il progetto Porta 22 come a Barcellona

Professor Paciullo, qual è il bilancio di questi primi mesi?

«Ho continuato su una linea già impostata, ridefinendo gli assetti e la governance a misura dello statuto. Abbiamo poi tentato di recuperare i rapporti con alcune aree geografiche, in particolare con Stati uniti e Sud America. Vogliamo essere presenti lì : negli Usa lo stiamo facendo e lo stesso sarà con l’America latina. Questo perché il rapporto negli anni si era attenuato. Certo, esiste l’estremo oriente, la sponda sud del mediterraneodi cui vogliamo sostenere gli autonomi motori di sviluppo, ma era importantissimo il recupero di questo rapporto con le americhe».

L’internazionalizzazione rimane quindi una parola chiave del suo mandato

«È la missione dell’università non solo sul piano dell’offerta: è qualcosa di più, ovvero la capacità di far maturare anche dentro i nostri contesti economici la capacità di condividere l’iniziativa. Un settore fondamentale per la nostra piccola e media impresa, ma che non significa delocalizzazione».

E quali sono i risultati incassati per il momento?

«Abbiamo dei riscontri positivi, come la partecipazione apprezzabile ai master, poi ci sono i laureati che lavorano dentro queste aziende. A breve arriveranno anche mille ingegneri libici che contribuiranno alla ricostruzione del paese. Nella nostra storia c’è una capacità di approccio con alcune realtà che prescinde dalle scelte di politica estera che fa l’Italia: ad esempio l’ambasciatrice cubana poco tempo fa ci ha dato atto che noi continuiamo a dare borse di studio a prescindere dall’embargo. In programma c’è anche l’incontro con l’ambasciatore iraniano, paese col quale abbiamo un rapporto storico».

Come spiega il calo degli studenti che sta interessando le università cittadine? Quanto pesano i fatti drammatici degli anni scorsi e la questione sicurezza?

«Non credo che i fatti drammatici abbiano avuto un’incidenza eccessiva, e comunque non può essere l’alibi. Il problema sicurezza c’è e c’è stato, e in quest’area c’è stata disattenzione ma non è stato da solo l’elemento che ha prodotto questa apprezzabile riduzione. I fattori sono tanti: penso alla politica dei servizi e all’ospitalità ad esempio, poi c’è la proliferazione delle sedi universitarie e il fatto che i profili che vengono fuori dall’università spesso fanno difficoltà a trovare sbocchi sul mercato economico. Penso che alcuni profili professionali vanno rivisti. E poi non dimentichiamo che c’è la crisi economica».

Qual è il suo rapporto con l’Università di Perugia e con il suo rettore Franco Moriconi?

«Intanto Franco Moriconi è l’amico di una vita e questo è importante, lo stimo moltissimo e rispetto all’esito delle elezioni è ovvio che non sono stato indifferente. Noi pensiamo che le due università sono due entità autonome che tali devono restare, con due missioni diverse che devono perseguire. Però c’è un’esigenza, un’urgenza e una responsabilità di coordinare le nostre iniziative e di progettarne di nuove, allargano il tavolo all’Accademia d’arte e al Conservatorio».

In più occasione il sindaco Wladimiro Boccali ha parlato della volontà di dar vita ad un protocollo per far tornare ad essere Perugia una città universitaria. Cosa ne pensa? Quali dovrebbero essere i cardini?

«Non saprei quali contenuti ha in mente, ma in generale credo che dobbiamo fare più cose e meno protocolli. Qui bisogna urgentemente fare qualcosa e non immaginare protocolli. L’Università deve adeguare il proprio ruolo a un mondo che è cambiato, deve servire gli studenti e così per molto tempo non è stato. Il Comune deve essere invece consapevole che certe scelte su servizi di ospitalità non possono essere più rinviate. E poi dobbiamo pensare a far vivere gli studenti anche una dimensione sociale, che non è un aspetto marginale. I protocolli appartengono a un modo superato di concepire le cose: noi sappiamo quello che dobbiamo fare e a tutti, chiediamo l’assunzione di pieni doveri, oltre che dei poteri».

Indichi tre o quattro cose da fare in questo contesto

«Prima di tutto penso alla questione abitativa: va operato un controllo serio sugli standard che caratterizzano il settore e anche sulle relazioni contrattuali attraverso un codice di autodisciplina da far sottoscrivere, e che preveda un’autorità garante. Un proprietario viola il codice? A parte le sanzioni previste dalle leggi, verrà escluso dall’offerta abitativa. Da parte nostra vogliamo infatti creare le condizioni per riuscire ad offrire, insieme all’offerta formativa, una sorta di ‘pacchetto ospitalità».

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