di Daniele Bovi
Qual è il livello di integrazione scolastica e sociale degli alunni stranieri in una regione, l’Umbria, dove la loro presenza nelle classi è più alta della media nazionale? Qualche risposta ha provato a darla l’Istat che nei giorni scorsi ha pubblicato un report intitolato «L’integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni». Il target preso in considerazione dai ricercatori è quello degli studenti stranieri delle scuole medie e superiori della regioni. Complessivamente quella che l’Istat chiama «generazione migratoria» che in Umbria frequenta medie o superiori è composta da un totale di 7.437 ragazzi: un terzo di loro è nato in Italia, un quarto ci è arrivato prima dei sei anni, un altro quarto tra i 6 e i 10 anni e il 14 per cento dopo gli undici anni. Ragazzi e ragazze che sono nati in Italia o che ci sono arrivati nei primi anni di vita ma che solo nel 40,7 per cento dei casi si sentono italiani. Una percentuale che si abbassa ancora di più (30,5 per cento) se la domanda riguarda la volontà di vivere o meno in Italia da grandi.
I numeri I dati variano a seconda che gli studenti siano nati in Italia o meno: tra i primi la volontà di restare nello Stivale anche da grandi è più alta (35 per cento) rispetto a quelli che non sono nati qui (28 per cento); ragazzi, questi ultimi, inseriti regolarmente nei percorsi scolastici, senza ritardi dunque, nel 45 per cento dei casi. Nessuna differenza invece se si parla dell’intenzione di vivere in un altro paese (oltre il 50 per cento da grande non vuole stare in Italia), mentre il 17 per cento vorrebbe tornare in quello dove sono nati mamma o papà. Quanto alle scelte da fare dopo medie o superiori, il 41 per cento dei ragazzi stranieri dice che frequenterà un liceo (tra gli italiani si parla del 53 per cento) e il 40 per cento un istituto professionale (scelta fatta nel 26 per cento dei casi tra i ragazzi italiani); identica poi la percentuale di quelli che opteranno per un istituto tecnico (19 per cento). E dopo il diploma di maturità? In 43 casi su 100 (tra gli italiani 47 per cento) verrà scelta un’università, mentre a lavorare andrà il 37 per cento (30 per cento tra gli italiani).
Integrazione Se poi si guarda ai risultati ottenuti tra i banchi, si nota come prevedibile un tasso più alto di coloro che hanno dovuto ripetere almeno un anno: 18 per cento di coloro che sono nati in Italia e 27 per cento di quelli che ci sono arrivati nei primi anni della loro vita. I voti invece, almeno guardando a italiano e matematica, non si discostano molto da quelli dei compagni di classe italiani (rispettivamente -0,24 e 0,38 punti). L’indagine si occupa poi di alcuni aspetti dell’integrazione sociale dei ragazzi: il 90 per cento di loro frequenta compagni di classe italiani, il 28 per cento anche i connazionali mentre il 39 per cento ragazzi di altre nazionalità. Il voto che danno al rapporto coi loro compagni italiani è più che buono (7,8) così come l’interesse della famiglia per scuola e studio (8); più basso invece l’interesse per lo studio (6) anche se un po’ più alto di quello degli studenti italiani (5,1).
I luoghi Dalla lettura dei dati emerge poi che il 50 per cento degli studenti, senza differenze tra italiani e stranieri, non frequenta mai la scuola per attività come teatro, musica o sport e il 15-17 per cento solo qualche volta all’anno. Il 70 per cento poi non mette mai piede in un centro di aggregazione giovanile e in questo caso, come nel primo, non è azzardato immaginare che il problema riguardi non tanto il lato della domanda quanto quello dell’offerta. E allora quali sono i posti più frequentati? Su tutti piazze, strade, campi sportivi, giardini e altri spazi pubblici, vissuti ogni giorno da oltre il 20 per cento degli studenti e dal 48 per cento qualche volta a settimana. Altri punti di aggregazione sono le case degli amici dato che oltre il 50 per cento degli intervistati ci va qualche volta la settimana e il 10 per cento tutti i giorni. Decisamente fuori dai radar le sale giochi (uno su due, senza differenza di nazionalità, non ci va mai) e gli oratori: il 43 per cento degli stranieri non ci mette piede (tra gli italiani la percentuale si abbassa al 32 per cento) e solo il 15 per cento circa decide di viverli al massimo qualche volta al mese.
Docenti e dirigenti I ricercatori hanno ascoltato anche le opinioni dei docenti e dei dirigenti scolastici (ma non ci sono dati a disposizione per quanto riguarda l’Umbria): a livello nazionale i processi di integrazione dei ragazzi stranieri non sembrano particolarmente problematici, dato che il 20,6% dei docenti ritiene che il livello di integrazione sia ottimo e il 70,7 per cento che sia buono. L’aumento della presenza di alunni stranieri nella scuola è poi visto positivamente dal 74,4 per cento dei prof. Gli aspetti problematici? Quelli messi più frequentemente in luce riguardano soprattutto le difficoltà linguistiche incontrate dai ragazzi stranieri. Quasi l’84 per cento dei docenti inoltre si sente poco (56,7 per cento) o per niente (26,8 per cento) sostenuto dalle istituzioni scolastiche nel proprio lavoro con riferimento al fenomeno dell’integrazione degli alunni stranieri, e sono numerosi quelli che segnalano la mancanza di un adeguato supporto anche da parte delle istituzioni locali. Tra i dirigenti poi, oltre il 70 per cento spiega che c’è una maggiore consapevolezza rispetto al passato della necessità di percorsi adeguati di integrazione. Attività per le quali chiedono più fondi, più formazione e maggiori attività di sensibilizzazione contro i pregiudizi.
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