Roberto Saviano al Pavone (Foto F.Troccoli)

di Maria Alessia Manti

C’è una fila interminabile su corso Vannucci già dalle sette di sera. Tutti ansiosi di poter varcare la porta del teatro Pavone. C’è Roberto Saviano che apre la quinta edizione del Festival internazionale del giornalismo e poco importa quanto c’è da aspettare, in piedi, col pezzetto di pizza in mano e la macchina fotografica a tracolla.

Fotogallery 1Fotogallery 2

Pochi posti Saviano muove le masse, come una rockstar. Di quella fila immensa che attendeva all’ingresso riusciranno ad entrare davvero in pochi. Francamente, il Pavone non era il posto adatto ad ospitare un personaggio di questo calibro. C’è malcontento tra chi è rimasto fuori ma basta l’arrivo dello scrittore sul palco per mettere fine ai fischi  e trasformarli in applausi. Riuscire a parlare a molta gente può essere un rischio, questo l’ha capito. Gliel’aveva spiegato anche Enzo Biagi, la prima volta che si erano incontrati. Così ha rischiato, continua a farlo ma non è solo.

Ancora a Perugia «Perugia è una città che mi ha sempre dato la possibilità di tornare a parlare e vedersi in faccia». Lo scrittore apre così la serata, ringraziando il capoluogo umbro in cui torna dopo la partecipazione all’edizione del festival dello scorso anno in coppia con Al Gore. Il suo monologo è un atto d’accusa alla cosiddetta “macchina del fango”. Un’accusa alle accuse. Quelle ingiuste, false, quelle che partono dai poteri alti. Perché se ti poni contro il governo, ad esempio, non sarai criticato: quello sarebbe legittimo. Sarai invece delegittimato.

Il caso Vassallo Saviano fa riferimento alla vicenda di Nicola Cosentino e Stefano Caldoro (da qui parte la riflessione sulla macchina del fango), alle intercettazioni che hanno cercato di infangare l’attuale governatore della Campania; alle vicende personali grottesche che avrebbero riguardato molti anni fa Ilda Boccasini, alla vicenda Vassallo, ai gusti sessuali come motivo d’accusa e per cui non c’è motivo di difendersi in fondo. Gettare fango significa del resto imbarazzare e intimidire. Ma a finire infangati, nel tempo, sono stati anche Falcone, Borsellino, e prima ancora Matteotti, Pasolini.

Ruby Parla anche del processo Ruby: «L’inchiesta condotta dalla procura di Milano non ha niente a che vedere con la privacy: una cosa è il privato e una cosa è il reato – e ha specificato – ha a che fare con il ricatto, con un sistema diffuso di estorsione e con una persona sistematicamente ricattata che mette a repentaglio l’intero Paese»

Tutti sporchi, nessuno sporco «La macchina del fango usa termini allegri come ‘gossip’ e fa passare un messaggio’guardate che queste cose le fanno tutti, tutti hanno scheletri nell’armadio, tutti sono sporchi’-a detto- così che alla fine nessuno appaia sporco davvero».

E adesso infangateci tutti Il gossip, la calunnia, il riferimento continuo al denaro, il moto di bile che muove questa sporca macchina così difficile da fermare. Perché la macchina del fango si nutre della frustrazione di chi non ce l’ha fatta per denigrare chi sta provando a farcela. Ed è questo l’aspetto forse più sentito da una platea composta per lo più da giovani studenti, neolaureati e disoccupati. «E adesso infangateci tutti» è il messaggio finale, perché se la macchina del fango è uno strumento potentissimo ancor di più lo è il filtro che ciascuno può porre per bloccarla.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.