Mary una residente-©Fabrizio Troccoli

di M.T.

La povertà sanitaria in Umbria rappresenta una sfida crescente, con un’incidenza di rinuncia alle cure superiore alla media nazionale. Nel 2023, circa il 9,2% degli umbri ha rinunciato a prestazioni sanitarie, contro il 7,6% registrato a livello nazionale. Ma a fare suonare un alert all’Umbria sono anche altri dati: quello ad esempio dell’aspettativa di vita in buona salute e quello dell’aumento del ricorso al banco farmaceutico. Si badi bene aspettativa di vita in buona salute, perchè sull’aspettativa di vita in generale, l’Umbria nel 2023, hsi attesta a 83,7 anni, leggermente superiore alla media italiana (83,1 anni) e a quella del Centro Italia (83,5 anni). La speranza di vita in buona salute, invece, è inferiore rispetto al resto d’Italia. I dati più recenti indicano che gli umbri, pur vivendo più a lungo, trascorrono meno anni in condizioni di benessere fisico e autonomia. Per gli uomini la speranza di vita in buona salute si attesta a 59,9 anni, leggermente sotto la media nazionale di 60,5 anni, mentre per le donne il divario è più marcato, con 57,4 anni contro 57,9 anni a livello nazionale. Questo squilibrio, soprattutto per il genere femminile, evidenzia le disuguaglianze sanitarie che pesano sulla qualità della vita nella regione.

Parallelamente a questo quadro si inserisce l’aumento significativo del ricorso al Banco farmaceutico, un indicatore chiave della povertà sanitaria. Nel 2024, in Umbria sono state raccolte quasi 8.000 confezioni di farmaci, destinate a oltre 4.000 persone assistite da enti caritativi locali. Sebbene la raccolta sia proporzionata alla popolazione regionale rispetto al dato nazionale, il fabbisogno segnalato dalle organizzazioni umbre supera di tre volte le quantità raccolte, segnalando una domanda crescente e un crescente disagio economico nell’accesso alle cure.

E’ noto a tutti ormai come la povertà sanitaria ha cause che tengono insieme più fattori: le difficoltà economiche, le liste di attesa prolungate e limitata accessibilità ai servizi, fattori che colpiscono in modo particolare le donne e le fasce più anziane della popolazione. A livello nazionale vengono invece dati gli uomini come i più colpiti tra coloro che hanno difficoltà di accesso alle cure con una percentuale del 54%.

Ricordando il 7° rapporto Gimbe (2024), quasi 4,5 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure nel 2023, di cui 2,5 milioni per motivi economici, con un aumento di quasi 600mila persone rispetto all’anno precedente. La spesa sanitaria a carico delle famiglie è cresciuta del 10,3%, mentre la spesa pubblica sanitaria si attesta al 6,2% del Pil, ben al di sotto della media Ocse (6,9%) e Ue (6,8%). Inoltre, la spesa sanitaria pubblica pro-capite italiana è di circa 3.574 dollari, inferiore sia alla media Ocse (4.174 $) sia a quella europea (4.199 $).

Il rapporto Gimbe sottolinea inoltre il problema del definanziamento cronico del Ssn, con tagli ripetuti negli ultimi 15 anni che hanno compromesso la sostenibilità del sistema. Questo ha portato a una riduzione della spesa per la prevenzione (-18,6%) e a un progressivo indebolimento dei principi di universalismo, equità e uguaglianza sanciti dalla Costituzione italiana. Le disuguaglianze sono particolarmente marcate tra Nord e Sud e nelle aree interne, con un impatto più grave sulle fasce più fragili come anziani, poveri e persone con patologie croniche.

L’ISTAT conferma che la povertà assoluta in Italia è aumentata, passando dall’8,3% nel 2022 all’8,5% nel 2023, e questo trend si riflette direttamente sulla salute e sull’accesso alle cure, aggravando il fenomeno della rinuncia. Secondo i dati macroeconomici a ottobre, l’inflazione nell’area dei paesi che adottano l’euro (la cosiddetta “Eurozona”) è stata pari al 10,7 per cento su base annua, il tasso più alto da quando esiste l’euro. In pratica vuol dire che se un bene lo scorso ottobre costava 100 euro, oggi ne costa 110,7, il 10,7 per cento in più, appunto.

In questo quadro la sanità privata accreditata in Umbria rappresenta una quota significativa di spesa, sebbene inferiore rispetto ad altre regioni italiane. Un’analisi recente evidenzia che la spesa per assistenza privata accreditata in Umbria si attesta intorno all’8,6% del totale della spesa sanitaria regionale, valore più basso rispetto alla media nazionale del 17,5% ma in forte crescita negli ultimi anni. L’urgenza di fornire risposte in fase di pandemia ha favorito il protagonismo privato ma in Umbria ha anche allargato lo spreco sanitario, ovvero il ricorso a esami, diagnosi, cure non appropriate.

Inoltre, la crescente pressione sulle strutture pubbliche umbre, evidenziata anche dall’aumento dei costi operativi e dalla difficoltà di mantenere l’equilibrio economico, ha portato a un incremento delle prestazioni erogate dal privato, sia in regime di convenzione sia a pagamento diretto da parte dei cittadini. Questo trend è accompagnato da un aumento delle liste d’attesa e da una percezione diffusa di peggioramento della qualità e tempestività delle cure pubbliche, fattori che spingono una parte della popolazione a rivolgersi al privato.

Di recente la presidente della Regione Umbria ha indicato una strada, partendo dall’osservatorio epidemiologico che non è altro che la mappa di dove sono i malati e di quali cure effettivamente hanno bisogno. Dati precisi che oggi, con l’aiuto dei medici di base, è possibile ottenere, incrociare e monitorare nella loro evoluzione in modo da fornire risposte più puntuali, con meno sprechi e maggiore capacità di diversificazione dei servizi nei territori. Sempre secondo quanto indicato da Proietti pare che l’Umbria per dimensioni e caratteristiche abbia il profilo ideale per questo tipo di intervento e che quindi potrebbe diventare modello di riferimento anche per altre realtà.

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