Il direttore Francesco Scoppola

di Daniele Bovi

Un no che contiene anche una possibile soluzione. Nelle scorse ore un provvedimento collegiale di quello che si chiama il Comitato di coordinamento regionale composto da sei soggetti (Soprintendenza per i beni archeologici, quella per i beni architettonici e paesaggistici, quella per i beni storici e etnoantropologici, la Direzione regionale, la Soprintendenza archivistica e l’Archivio di Stato) ha detto no, comunicandolo anche alla Regione, alla nuova richiesta di autorizzazione paesaggistica e quindi al contestatissimo collegio Adisu di San Bevignate. Un pronunciamento collegiale, preso da sei persone e all’unanimità, che contiene però quella che sembra una via d’uscita.

Il no Come spiega a Umbria24 il direttore regionale per i beni culturali Francesco Scoppola, «la finalità di fare una casa dello studente l’apprezziamo e la condividiamo, non siamo contrari. Non abbiamo nulla da ridire né sulla finalità dell’iniziativa né sull’architettura. Quello che non va bene e sul quale abbiamo detto no è la localizzazione». «Ci mancherebbe altro – aggiunge – che lo Stato fosse contrario a fare uno studentato. Il problema è che non funziona lì dove è stato messo». Nel dire no però il Comitato ha espresso quello che Scoppola chiama «un desiderio e un auspicio» e che assomiglia molto a un suggerimento indirizzato nei confronti di palazzo dei Priori: «Abbiamo desiderato chiarire – spiega – che sarebbe sufficiente una variante per la rilocalizzazione del collegio, anche perché l’unico aspetto critico è proprio il luogo scelto».

LA REGIONE CHIEDE CHIAREZZA

Basta una variante «Posso anticipare – continua – che se fosse spostato da un’altra parte saremmo d’accordo. Daremmo il parere a porte chiuse, senza neppure convocarci». Una via d’uscita all’insegna «del buon senso, che non suggerisce invece di concepire un nuovo progetto per i quali passerebbero altri undici anni». Secondo Scoppola con questa soluzione si centrerebbero anche altri due obiettivi: il mantenimento dei fondi (6 milioni di euro che il ministero dell’Istruzione ha detto che non possono essere impiegati per un altro progetto) e il via libera dell’Ati che si è aggiudicato l’appalto. «Ricordo a tutti – sostiene Scoppola – che esiste una legge dimenticata, ma mai abrogata, che regola i lavori cosiddetti a regìa. In sintesi, così come si fa a teatro, si modificano le cose a seconda di quello che serve». Quanto alle aziende coinvolte, «dopo il sì alla variante basta che queste firmino quello che si chiama un atto di sottomissione alla necessità».

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I motivi del no I motivi che hanno portato al no di tutti i dirigenti regionali sono più d’uno. Il primo riguarda il fatto che su quell’area c’è un vincolo archeologico. «Sette anni e mezzo fa – ricorda il direttore – la Soprintendenza spiegò che bisognava fare degli scavi preliminari, mai fatti». Poi c’è la questione del vincolo architettonico-paesaggistico «e qui – dice Scoppola – è bene che ora chiarisca un equivoco perché ci si vuole appiccicare addosso una contraddittorietà, che nei fatti non esiste, venendoci a dire perché nel 2008 abbiamo detto sì e ora diciamo no». La partita si gioca sul filo della legge: «Spiego: nel 2008 i nostri uffici non furono interpellati. C’era una diversa normativa secondo la quale il parere lo dava la Regione e la Soprintendenza poteva sconfessarla solo nei casi di particolare gravità. Allora la Soprintendenza si limitò a non sconfessare la Regione. Questa contraddizione che si vuole per forza vedere per metterci in difficoltà non c’è».

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Quadro cambiato Altro motivo per il quale si è detto no sta nei fatti accaduti dal 2008 ad oggi che hanno parzialmente mutato il quadro: «Nel 2012 per esempio – dice Scoppola – durante il cinquecentenario della nascita del grande architetto perugino Galeazzo Alessi, si sono rinnovati gli studi ed è stata ristudiata la Porta del leone che sta accanto a San Bevignate. Un monumento che si è così aggiunto ad altri ben noti. Poi il Comune ha deciso di dare una particolare forma di tutela al percorso delle lavandaie». Scoppola difende l’operato dell’istituzione che guida spiegando che con questo pronunciamento «si è tutelato l’interesse pubblico e noi – dice – siamo chiamati ad agire per contemperare i diversi interessi pubblici. La localizzazione scelta per il collegio è particolarmente infelice, pensata quando c’era un piano di espansione dell’Università in quella zona. Lì gli studenti avrebbero dormito e mangiato perché nei dintorni ci sarebbe stata l’Università».

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Palco e platea E invece gli studenti sono calati, il quadro è cambiato, la burocrazia ci ha messo del suo e così nasce il ‘pasticciaccio brutto’ di San Bevignate: «In 11 anni – prosegue il direttore – gli studenti sono andati in altre zone di Perugia. Oggi quel collegio è una roba che lì non sta in piedi. A che serve una mensa isolata in mezzo ai monumenti? In questo modo si deprimerebbe anche il turismo culturale. Il collegio, se lo si vuol fare, deve essere realizzato vicino alle strutture universitarie». E ora con il pronunciamento che succede? Il rischio di finire di fronte un’altra volta di fronte al Tar c’è e Scoppola così invita tutti a usare il buon senso: «Bisogna evitare il contenzioso e noi abbiamo fatto di tutto per evitarlo». Scoppola sulle spalle ha anche la responsabilità dei beni culturali dell’Abruzzo, duramente colpiti dal terremoto, «e lì – spiega – sto provando a convincere la gente che si può ricostruire anche non attaccando le strutture ai monumenti. Mi permetta una metafora: per far fruttare il lavoro di tutti c’è bisogno che il pubblico, per assistere a uno spettacolo, stia in platea e non sul palco. Quest’ultima è una pessima idea».

Twitter @Daniele Bovi

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