di Maurizio Troccoli
Una soglia che scende da 130 mila a 80 mila euro può sembrare un dettaglio tecnico. In realtà, per l’Umbria rischia di essere una linea di confine tra volontariato e impresa. E, purtroppo, non è l’unica. Dal 2026 la riforma fiscale del Terzo settore entra a pieno regime e ridisegna i confini tra attività sociale e attività economica trasformando in commerciali, con perdita della fiscalità di vantaggio, molte realtà che invece svolgono funzioni sociali fondamentali. Un cambiamento che, sulla carta è annunciato come strumento di maggiore chiarezza, ma che nei territori rischia di produrre effetti fortemente impattanti sulle identità delle comunità. In Umbria in particolare, dove il tessuto associativo è tra i più diffusi e radicati, l’impatto potrebbe essere ampio.
Il punto di partenza è il cosiddetto “test di commercialità”. In base al codice del Terzo settore, un ente può mantenere le agevolazioni fiscali solo se le attività di natura economica restano secondarie rispetto a quelle di interesse generale. Se diventano prevalenti, l’ente viene considerato commerciale e passa al regime ordinario, con Iva, Ires e obblighi contabili più complessi.
La novità più immediata riguarda la soglia economica: il limite entro cui alcune attività potevano essere considerate accessorie scende da circa 130 mila a 80 mila euro. Questo significa che molte realtà, pur senza cambiare il proprio modello, rischiano di superare il confine solo per effetto della nuova soglia. Ma non è solo una questione di numeri. Ed è qui che il quadro si complica.
La riforma rafforza infatti un principio già esistente: non conta solo “quanto” si incassa, ma “come” si genera quel reddito. In altre parole, anche attività con ricavi inferiori agli 80 mila euro possono essere considerate commerciali se presentano alcune caratteristiche.
È il caso, ad esempio, della somministrazione di alimenti e bevande. Se svolta in modo occasionale e limitata ai soci, può restare nel perimetro non commerciale. Ma se diventa continuativa, organizzata e di fatto aperta al pubblico, viene assimilata a un’attività economica vera e propria. In questo caso, il passaggio al regime ordinario può scattare anche con incassi contenuti. Questo doppio criterio – soglia economica e natura dell’attività – è quello che rischia di incidere maggiormente sul sistema umbro.
Secondo i dati Istat più recenti, le istituzioni no profit in Italia superano le 360 mila unità, con una forte concentrazione nei settori della cultura, dello sport e delle attività ricreative. In Umbria questo modello è particolarmente evidente: associazioni culturali, circoli e organizzazioni di volontariato rappresentano una rete diffusa che attraversa città e piccoli comuni.
Una stima prudenziale, basata sulla distribuzione dei ricavi nel non profit, indica che tra il 15% e il 25% degli enti potrebbe avvicinarsi o superare la nuova soglia. In Umbria si traduce in un potenziale coinvolgimento tra circa 900 e 1.500 realtà. Non esistono ancora dati ufficiali puntuali, ma l’ordine di grandezza è questo.
A queste si aggiunge un numero più difficile da quantificare: le associazioni che, pur restando sotto soglia, potrebbero essere considerate commerciali per il tipo di attività svolta.
Il caso delle sagre è emblematico. Diffuse in quasi tutti i comuni, rappresentano una delle principali forme di autofinanziamento del volontariato locale. In pochi giorni possono generare incassi rilevanti attraverso la somministrazione di cibo e bevande. Con la nuova soglia, una sagra particolarmente partecipata può superare gli 80 mila euro e determinare il cambio di regime fiscale. Ma anche quando questo non accade, resta il nodo della natura dell’attività: una somministrazione organizzata, con numeri importanti e apertura di fatto al pubblico, può essere considerata commerciale a prescindere.
Lo stesso schema vale per i festival, altro pilastro dell’offerta culturale umbra. Tra biglietti, sponsor e servizi accessori, anche eventi di dimensione media possono superare la soglia. E in molti casi presentano già un’organizzazione strutturata, con programmazioni articolate e gestione continuativa. Qui il rischio è duplice: da un lato il superamento del limite economico, dall’altro la qualificazione dell’attività come commerciale per modalità operative.
Situazione analoga per circoli e associazioni di promozione sociale. Attività come bar interni, corsi, eventi e iniziative a pagamento possono rientrare nel regime agevolato solo se restano effettivamente accessorie e rivolte ai soci. Quando diventano continuative e aperte, anche informalmente, a un pubblico più ampio, il confine con l’attività economica si assottiglia.
Il risultato è un sistema più rigoroso, ma anche più esposto a interpretazioni. Non tutte le situazioni sono nette e molte realtà umbre operano proprio su questo confine: piccoli numeri, forte radicamento sociale, ma modelli organizzativi che negli anni si sono strutturati per garantire sostenibilità economica.
Le possibili conseguenze sono diverse. Alcune associazioni potrebbero ridurre le attività per non superare la soglia. Altre potrebbero scegliere di adeguarsi al regime ordinario, con un aumento dei costi amministrativi. Altre ancora potrebbero trasformarsi in imprese sociali o culturali. Ma esiste anche il rischio di una contrazione delle iniziative, soprattutto quelle che generano pochi margini ma hanno un forte valore sociale e territoriale.
In una regione come l’Umbria, dove il Terzo settore è parte integrante della vita delle comunità locali, il tema non è solo fiscale. Riguarda il modello stesso di organizzazione sociale, basato su una rete diffusa di associazioni che svolgono funzioni culturali, ricreative e di coesione. Riguarda i connotati di un modello umbro di convivenza e convivialità.
