di Maurizio Troccoli
In una puntata di Report andata in onda domenica sera è stato documentato il bello e il brutto dell’Italia.
Partiamo dal secondo Il brutto, grandi marchi italiani o acquisiti da italiani come Moncler che esportano le produzioni all’estero «perchè la manodopera italiana costa di più – come continuano a ripetere-», per piazzare capi sul mercato che arrivano fino a 1960 euro l’uno. Risparmio? Solo 30 euro. Soldi questi che – come ha detto un artigiano del sud Italia nel servizio – potrebbero essere ricaricati sul prezzo finale senza che nessuno se ne accorga. E’ lecito pensare infatti che chi è disposto a pagare 1.960 euro una giacca, non rinuncia ad acquistarla se costa 30 euro in più. Ma 30 euro in più significano, in un solo stabilimento, circa 250 operai italiani, secondo quanto emerge dall’inchiesta. E non che questo sia dovuto all’Italia per eccesso di generosità che non è richiesta all’imprenditoria. Quanto per il semplice fatto che il marchio ‘made in Italy’ vale buona parte di quel profitto. Il buonsenso richiederebbe fosse restituito, per un pezzetto, al paese che te lo garantisce.
L’altra faccia della medaglia Poi il bello dell’Italia. Il fatto che una trasmissione come Report alla fin fine smaschera l’inganno. E non bastano poliziotti alla frontiera di paesi fantasmi come la Transnistria che ti chiedono per ben tre volte il passaporto, a bloccare la verità. Visto che ci sono giornalisti con telecamere nascoste pronti a scovare i furbi e a raccontare cosa c’è dietro 30 euro di risparmio sulla produzione, che significano la chiusura di tante aziende italiane. Insomma in questi ultimi dieci anni di ‘trasloco Italia’ c’è chi ha pensato: «Ma cosa me ne frega a me dei lavoratori italiani», credendo di farla franca all’infinito, traslocando da un paese all’altro in nome del profitto e del risparmio sulla produzione, passando, ad esempio, dalle operaie rumene a quelle cinesi e da queste ultime a quelle del Bangladesh e, chi, probabilmente ha pensato che, alla lunga, profitti di siffatta fattura, vengono scoperti e raccontati, con un conseguente danno di immagine che chissà non valga tutto il guadagno ottenuto. Basti dire che occorrerà tempo perchè i consumatori dimentichino quanto hanno visto o sentito o verrà loro raccontato, se solo dopo poche ora sui social network si è scatenata una vera ribellione. Insomma da un lato Moncler (e le oche spiumate vive, lasciate con la pelle lacerata, condannate a morire di infezione o alla prossima tortura per una nuova spiumatura da vive, documentate da Report) e il suo tracollo in borsa, alle ore 13 pari al -3,8%, e dall’altro Cucinelli, «l’unico imprenditore del lusso made in Italy», secondo Report che, di certo, non era il meno acuto del villaggio mentre tutti delocalizzavano. Ma forse uno dei pochi a capire che prima o poi i furbetti vengono smascherati.
La puntata Ma andiamo ai fatti. Dopo una lunga inchiesta attraverso la quale appare evidente il sistema economico infernale delle piume d’oca, (a seguito della quale Report chiede regole più restrittive che aboliscano completamente l’utilizzo commerciale di piumaggio ottenuto da animali vivi evitando di fingere che possano essere ottenute dalla pettinatura delicata dell’animale, visto che quelle facilmente estraibili neppure vengono raccolte per la scarsa quantità ricavabile), parte la carrellata dei marchi del lusso traslocati nell’est Europa con 400 mila addetti del manifatturiero italiano che hanno perso il lavoro. Dall’intervista a un imprenditore del Sud Italia emerge che il capo «più complesso» per Moncler costava 55-60 euro in fabbrica. Per 20-30 euro in più questi marchi hanno lasciato l’Italia. Giuseppe Iorio sarebbe la gola profonda che ha aperto la strada all’inchiesta, ex direttore Moncler, conosce prezzi e materiali di fabbriche in Romania ed è «parte delle strategie che hanno provocato la morte degli stabilimenti italiani», dice Report. Erano circa una ventina le aziende in Sud Italia a lavorare per Moncler. L’inchiesta raggiunge la Transnistria, un luogo dove i giornalisti non possono entrare ma che il marchio «Prada ha trovato confortevole», dice Report. «Violazioni e sfruttamento manodopera in nome del lusso». «L’80 percento del nostro business è con gli italiani», spiega un imprenditore di lì, ripreso da una telecamera nascosta. Per produrre, qui le aziende prendono 5 euro all’ora. Il prodotto da 18 a 30 euro di partenza arriva a 1.950 euro nei negozi. Tra gli imprenditori del lusso che la rivista Forbes indica come gli uomini più ricchi del mondo – continua la trasmissione – troviamo Miuccia Prada, donna più ricca d’Italia, patrimonio 11 miliardi, Giorgio Armani con 9,9 miliardi, Patrizio Bertelli marito di Miuccia con 6 miliardi, Diego Della Valle 1,85 miliardi, Dolce e Gabbana 1,65 miliardi e al settimo posto Brunello Cucinelli con 1,3 miliardi. «Tutti tranne uno vanno a produrre la dove fanno prezzi stralciati», dice Gabanelli e questo «uno» è Brunello Cucinelli.
Cucinelli «Ad oggi siamo 1270 persone a lavorare – spiega Cucinelli – rispetto a 7 anni fa siamo triplicati». Fare made in Italy non è così autodistruttivo? «No direi di no» aggiunge. «Quando ci siamo quotati in borsa ho detto: vorrei credeste nella dignità del profitto, nella dignità dell’uomo. Se volete un’impresa che cresce in modo diverso non è la nostra. Ripeto – ha detto ancora – i nostri utili sono normali non importanti. E’ il 9% di utile netto all’anno, un utile sano per una azienda sana». Possibile farlo più alto, il doppio? «Non direi il doppio, ma direi più alto». «E’ grazie all’Italia che abbiamo questo successo. Altri marchi sono posizionati su fasce inferiori. Hanno immaginato di fare là progettazione italiana e la realizzazione della produzione altrove, ma per un mercato più basso». Però molti spacciano questi prodotti come lusso? «Mi piacerebbe fare come fa il mio estimatissimo Papa Francesco: non sono qui per giudicare». L’imprenditore umbro, per una parte dal modello della Silicon Valley, senza sindacati in fabbrica e dall’altro tradizionalista: «Io credo che l’impresa deve tornare a progettare sia a tre mesi ma anche a tre anni, a trent’anni, a tre secoli», ha messo in piedi una scuola per rammendo e ritaglio, insomma per le future maestranze. Nove mesi di formazione e borsa di studio di 700 euro al mese, «per richieste 50-60 volte superiori ai posti disponibili». Aspirano ad aggiungersi, queste rammendatrici, ai 1.270 interni o ai 3mila terzisti esterni, tutti o quasi in Umbria. «Rispetto ai nostri dipendenti l’artigiano guadagna il 15 percento in più di un amministrativo», dice Cucinelli. «I suoi investitori forse guadagnano un po’ meno degli altri ma è un investimento più duraturo nel tempo», dice Gabanelli. Ed ecco il pianeta finanziario di Cucinelli: «Fatturato di 322 milioni, un debito di 80 milioni su cui paga interessi per 1,9 milioni ad un tasso del 2,2 percento. Usa le banche per scontare le fatture, ha un debito a rischio zero».
