di M. T.
Referendum sulla giustizia: al centro del confronto ci sono alcune modifiche al funzionamento della magistratura e degli organi che la governano. Il tema è complesso e spesso difficile da comprendere per chi non segue abitualmente il dibattito giuridico. Per questo è utile ricostruire, in modo semplice, le ragioni del «sì» e del «no», prendendo come riferimento l’analisi pubblicata nella rubrica Dataroom del Corriere della Sera.
Il punto principale riguarda la separazione delle carriere tra magistrati che svolgono la funzione di pubblico ministero e quelli che fanno i giudici. In Italia i primi sono circa 2.200, mentre i secondi sono circa 7.200. La riforma prevede che le due funzioni vengano completamente separate anche negli organi di autogoverno, con due distinti Consigli superiori della magistratura.
Secondo chi sostiene il «sì», questa modifica servirebbe a rafforzare l’imparzialità dei giudici. Come ricorda l’analisi del Corriere della Sera, per i favorevoli la separazione rappresenta «il completamento del sistema accusatorio introdotto nel 1988 dal codice di procedura penale» e del principio del «giusto processo» inserito nella Costituzione nel 1999, che richiede «un giudice terzo oltre che imparziale».
I contrari, invece, ritengono che l’attuale sistema già garantisca l’indipendenza dei giudici. Secondo questa posizione, i dati sulle assoluzioni dimostrerebbero che i magistrati giudicanti non sono condizionati dal lavoro dei pubblici ministeri. Nell’analisi si ricorda infatti che «in media il 30% dei processi si conclude con assoluzioni, con punte fino al 50% nei procedimenti monocratici».
Chi si oppone alla riforma teme anche un altro effetto: la creazione di un corpo di pubblici ministeri completamente separato. Secondo questa lettura, si rischierebbe di avere «un corpo separato di 2.200 pubblici ministeri che si gestiranno da soli nel loro Csm», con il pericolo che diventino «superpoliziotti così autoreferenziali da dover prima o poi essere ricondotti sotto il controllo o l’influenza dell’esecutivo».
I sostenitori del «sì» respingono questa critica. A loro avviso il rischio sarebbe escluso dal quadro costituzionale. Come ricorda l’articolo del Corriere, la Costituzione stabilisce infatti che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».
Un altro punto della riforma riguarda il metodo di scelta dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. Oggi i magistrati eleggono i propri rappresentanti. La proposta prevede invece il sorteggio.
Per chi sostiene il «no» si tratterebbe di una scelta discutibile perché priverebbe la categoria del diritto di scegliere i propri rappresentanti. L’analisi del Corriere sottolinea che sarebbe «la prima volta che una categoria si vede togliere il diritto di scegliere i propri componenti».
I favorevoli replicano che il sorteggio servirebbe soprattutto a ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura. Nella ricostruzione della Dataroom il sorteggio viene indicato come la possibile «chiave» per limitare quella che viene definita la degenerazione delle correnti, diventate negli anni centri di potere.
Il tema è tornato centrale soprattutto dopo il caso Palamara, citato spesso nel dibattito pubblico. Le intercettazioni emerse nel 2019 mostrarono trattative informali sulle nomine negli uffici giudiziari, episodio che contribuì ad alimentare il dibattito sulla necessità di cambiare il sistema di selezione dei membri del Csm.
La riforma introduce poi una terza novità: la creazione di una nuova Alta Corte disciplinare per giudicare i magistrati che commettono illeciti. Oggi le decisioni disciplinari sono prese dal Consiglio superiore della magistratura.
Secondo i promotori del cambiamento, il sistema attuale sarebbe troppo indulgente. L’idea è che un organismo esterno possa garantire maggiore severità e indipendenza nei giudizi disciplinari.
Chi si oppone alla riforma contesta però questa lettura e richiama i dati statistici. Nell’analisi del Corriere si ricorda che «fra il 2010 e il 2025, a fronte di 1399 processi disciplinari, ci sono state 644 condanne», numeri che secondo i critici dimostrerebbero che il sistema già funziona.
C’è poi un altro elemento del dibattito che spesso viene chiarito dagli stessi sostenitori della riforma: il referendum non riguarda l’efficienza della giustizia. Come ha spiegato il ministro della giustizia Carlo Nordio, citato nell’analisi del Corriere, la riforma «non c’entra niente con l’efficienza della giustizia».
Questo significa che non inciderà su alcuni problemi strutturali del sistema giudiziario, come la durata dei processi, la carenza di personale amministrativo o le difficoltà legate agli apparati informatici.
Il referendum, quindi, non interviene sul funzionamento quotidiano dei tribunali ma soprattutto sull’assetto istituzionale della magistratura e sui suoi organi di autogoverno. Per questo il confronto politico e giuridico resta molto acceso, con posizioni diverse su quale sia il modo migliore per garantire indipendenza, equilibrio tra poteri dello Stato e fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario. La scheda presenta il quesito in forma sintetica e l’elettore può scegliere tra due opzioni: «sì», per approvare la riforma, oppure «no», per respingerla e mantenere l’attuale sistema.Nnon c’è quorum. Si tratta infatti di un referendum costituzionale confermativo e quindi il risultato è valido qualunque sia l’affluenza. In termini pratici: non serve che vada a votare il 50% + 1 degli aventi diritto, vince semplicemente l’opzione che ottiene più voti validi (sì o no)
Un aspetto meno discusso nel dibattito pubblico riguarda i costi. Oggi il funzionamento del sistema disciplinare e di autogoverno della magistratura è concentrato nel Consiglio superiore della magistratura, con una struttura unica che gestisce sia le carriere sia i procedimenti disciplinari. I costi complessivi della giustizia italiana sono sostenuti dal bilancio dello Stato e, secondo i dati del ministero della Giustizia e della Ragioneria generale, si collocano in diversi miliardi di euro l’anno, ma la parte specifica legata al Csm e ai procedimenti disciplinari rappresenta solo una quota limitata di questa spesa. La riforma proposta con il referendum introdurrebbe due distinti Consigli superiori della magistratura e una nuova Alta Corte disciplinare. Secondo chi sostiene il «no», questo comporterebbe inevitabilmente un aumento dei costi, legato alla creazione di nuove strutture, personale amministrativo, sedi e funzionamento degli organi aggiuntivi. I contrari parlano di una duplicazione degli apparati e quindi di una maggiore spesa pubblica, senza effetti diretti sull’efficienza del sistema giudiziario. I sostenitori del «sì», invece, tendono a ridimensionare l’impatto economico. A loro avviso i costi aggiuntivi sarebbero contenuti rispetto al bilancio complessivo della giustizia e giustificati dall’obiettivo di rendere il sistema più trasparente e credibile. In questa lettura, eventuali maggiori spese verrebbero compensate nel tempo da un miglior funzionamento complessivo e da una maggiore fiducia dei cittadini. Va comunque sottolineato che, come emerge anche nell’analisi del Corriere della Sera, non esistono stime ufficiali univoche e dettagliate sui costi complessivi della riforma. Il tema resta quindi uno dei punti meno definiti del confronto, spesso evocato nel dibattito politico ma con margini ancora ampi di incertezza.
