Il divieto dei social ai minori torna al centro del confronto politico italiano. Dopo l’apertura di Giorgia Meloni alla possibilità di vietare l’accesso agli under 14, maggioranza e opposizioni cercano una strada per intervenire. Resta da capire se si arriverà a un testo condiviso, se si procederà con il disegno di legge bipartisan Mennuni-Madia o se si tenterà di inserire nuove norme nel decreto sicurezza.
Il confronto si intreccia con la proposta europea Eu Kids Act, presentata dalla Commissione il 17 settembre, e con le esperienze dei Paesi che hanno già introdotto restrizioni o si preparano a farlo. Il nodo riguarda l’età minima, ma anche la responsabilità delle piattaforme e la possibilità di verificare davvero chi utilizza i servizi.
In Italia la soglia dei 14 anni è al centro dell’apertura della presidente del Consiglio. Il codice della privacy consente già ai minori che hanno compiuto 14 anni di prestare autonomamente il consenso al trattamento dei dati personali per i servizi della società dell’informazione. Sotto questa età è necessario il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Una soglia che, da sola, non impedisce però ai più giovani di accedere ai servizi.
La senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, prima firmataria insieme a esponenti dell’opposizione del disegno di legge bipartisan con Marianna Madia, ha chiesto di riprendere il lavoro parlamentare. Dal Pd, la vicepresidente della Camera, l’umbra Anna Ascani ha annunciato la disponibilità a presentare un emendamento ispirato alla proposta europea qualora il decreto sicurezza venga esaminato a Montecitorio. L’iniziativa punta a vietare l’accesso sotto i 13 anni, prevedere account con funzioni limitate tra i 13 e i 14 anni sotto la responsabilità dei genitori e introdurre sanzioni per le piattaforme che non rispettano le regole.
Il percorso resta da definire. Non risulta calendarizzata per il 22 ottobre una votazione della Camera sul divieto. L’eventuale ricorso al decreto sicurezza dipenderà anche dall’ammissibilità degli emendamenti e dalle decisioni dei gruppi parlamentari.
Il confronto italiano si inserisce in una discussione europea più ampia. La Commissione europea ha presentato il 17 settembre l’Eu Kids Act, una proposta di regolamento che vieta alle piattaforme social di consentire l’accesso ai minori di 13 anni e fissa a 15 anni l’età minima per aprire autonomamente un account. Il testo deve ancora seguire l’iter legislativo europeo.
La proposta non si limita alla soglia anagrafica. Punta a trasferire sulle piattaforme una parte maggiore della responsabilità della protezione dei minori, chiedendo ai fornitori di dimostrare che i servizi sono adeguati all’età degli utenti e sicuri fin dalla progettazione. Il quadro comprende anche i rischi associati alle funzioni che favoriscono un uso compulsivo e ai servizi digitali basati sull’intelligenza artificiale.
La Norvegia si prepara invece a introdurre una soglia di 16 anni. Il 19 ottobre il governo ha annunciato di voler estendere la disciplina anche alle piattaforme considerate potenzialmente dannose per lo sviluppo e la sicurezza dei minori. Tra i servizi che potrebbero rientrare nel provvedimento figurano TikTok, Snapchat e Roblox. Il progetto dovrà essere presentato al Parlamento entro la fine dell’anno e affida alle aziende la responsabilità di verificare l’età degli utenti.
L’esperienza australiana offre intanto i primi dati sull’efficacia di un divieto già entrato in vigore. Dal 10 dicembre 2025 i servizi interessati devono impedire agli under 16 di aprire o mantenere un account. La valutazione pubblicata dall’autorità australiana per la sicurezza online il 31 luglio ha rilevato che, dopo tre mesi, la quota di ragazzi tra 10 e 15 anni titolari di almeno un account era scesa dal 52,4 al 42,1 per cento.
Nello stesso periodo, la quota di ragazzi che dichiaravano di utilizzare i social, anche senza un account, era passata dall’85,9 all’81,5 per cento. Oltre otto su dieci continuavano quindi a usare le piattaforme. L’autorità ha indicato tra i problemi principali la capacità dei servizi di verificare l’età e impedire che i minori conservassero o aprissero nuovi account.
I primi risultati non consentono di stabilire l’effetto della misura nel lungo periodo, ma mostrano la distanza tra l’introduzione di un limite anagrafico e la sua applicazione concreta. È su questo punto che si concentra una parte del confronto internazionale: chi deve verificare l’età, quali controlli sono compatibili con la tutela della privacy e quali responsabilità devono ricadere sulle aziende.
Per l’Italia, la scelta della soglia sarà quindi soltanto una parte del problema. L’efficacia di un eventuale divieto dipenderà anche dagli strumenti di verifica, dalle sanzioni e dalle caratteristiche dei servizi coinvolti. Il confronto europeo e i primi dati australiani indicano che la protezione dei minori non può essere affidata soltanto a una dichiarazione dell’età al momento dell’iscrizione.
In Umbria il confronto riguarda una popolazione giovanile già esposta al digitale più della media nazionale. Secondo i dati di Save the Children il 73 per cento dei ragazzi tra 6 e 17 anni utilizza quotidianamente lo smartphone, contro circa il 66 per cento in Italia. La quota di chi naviga ogni giorno su internet è del 79,4 per cento, rispetto al 73 per cento nazionale.
Il quadro regionale della salute mentale aggiunge altri due indicatori: circa il 13 per cento degli adolescenti presenta un uso problematico della rete, con ripercussioni sul sonno e sulle relazioni sociali, mentre circa la metà riferisce di avere subito episodi di cyberbullismo. La diffusione dello smartphone, da sola, non indica un uso dannoso. I dati regionali mostrano però quanto sia estesa l’esposizione quotidiana e quanto sia necessario distinguere tra accesso alle piattaforme, comportamenti problematici e conseguenze sulla vita dei ragazzi.
