di Daniele Bovi
L’idea di vendere il «San Girolamo penitente», nata in seno al Sodalizio di San Martino che è proprietario del quadro dipinto dal Perugino e che, con i soldi incassati, ripianerebbe i propri debiti, è ben più di un’idea. Nei giorni scorsi infatti, come conferma a Umbria24 il neo-direttore della Galleria nazionale dell’Umbria, il professor Marco Pierini, la richiesta formale è arrivata da parte degli organi del Sodalizio sui tavoli di palazzo dei Priori. Da qui al via libera alla vendita però la strada è lunga e complessa. «È come se qualcuno – dice il direttore – ti si presenta a casa con un atto di 150 anni fa sostenendo che l’abitazione è sua». La tela del Perugino infatti, prima ospitata nella sagrestia della chiesa di Sant’Ercolano, nel centro storico della città, è in deposito nelle sale della pinacoteca cittadina dal 1863 grazie a un atto notarile.
Uffici al lavoro Che c’è scritto nel documento? Cosa prevedono gli accordi stipulati a suo tempo tra il Sodalizio e l’allora amministrazione cittadina guidata da Reginaldo Ansidei? Ma soprattutto, nell’ultimo secolo e mezzo qualcosa può aver inciso sul diritto di proprietà vantato dal Sodalizio? Agli ultimi piani di palazzo dei Priori nessuno si sbilancia: quel che è certo è che gli uffici sono al lavoro per passare in rassegna tutto ciò che è successo intorno all’opera dal 1863 a oggi. «Dobbiamo capire – aggiunge Pierini – e indagare. Appena terminata questa istruttoria, che si concluderà nel giro di qualche giorno, daremo una risposta e invieremo tutto al ministero per i Beni culturali. È una questione che interessa anche il loro ufficio legale».
La legislazione Secondo la legislazione italiana che regola il regime giuridico dei beni culturali in mano a privati (il Sodalizio vuol diventarlo a breve trasformandosi in Fondazione, ma serve il via libera della Regione), lo Stato, o in subordine Regione, enti territoriali o altri enti pubblici, in caso di una vendita tra privati ha un diritto di prelazione che, se esercitato, determina il passaggio dell’opera nelle mani pubbliche. Se quest’ultima è di proprietà di persone fisiche o società commerciali, non c’è bisogno di alcuna autorizzazione ministeriale, anche se resta fermo il diritto di prelazione, mentre se il titolo è vantato da un ente pubblico o da uno senza scopo di lucro serve il placet del dicastero ora guidato da Dario Franceschini.
Cosa succederebbe? In caso la proprietà fosse effettivamente ancora nelle mani del Sodalizio e fosse dato il via libera alla vendita, cosa succederebbe? Nel corso degli anni il legislatore ha cercato di contemperare le esigenze dei privati con quelle della fruizione pubblica delle opere d’arte. E così se da un lato il codice civile non le sottrae alla disciplina privatistica, dall’altra fa esplicito riferimento alle leggi speciali che regolano la materia e che tutelano il valore pubblico del bene culturale. Le opere di questo tipo quindi poggiano su un cavalletto che ha una gamba pubblica e una privata.
Non si muoverà Dando quasi per scontato, come ricorda anche Pierini, che in questo momento lo Stato non ha (purtroppo) risorse per acquistare opere d’arte, ecco che in caso di trattativa tra privati il ministero può intervenire fissando una serie di paletti, facendo sì che il San Girolamo, in sostanza, rimanga dov’è ora e non finisca nella casa di qualcuno. «È evidente – spiega il direttore – che il compratore dovrà lasciarla qui, e su questo non ho grandi dubbi. In sostanza si farà in modo che non ci sia altra strada che quella di vincolare l’opera al museo».
Twitter @DanieleBovi
