Carotenuto e Minà mercoledì al Festival

di Stefano Cimicata

E’ stato un incontro segnato dalle emozioni quello di mercoledì al teatro Pavone. Quando il professor Gennaro Carotenuto (Università di Macerata) e Gianni Minà fanno il loro ingresso sul palco del Festival internazionale del giornalismo l’accoglienza è calorosa. Sullo schermo alle spalle dei due vengono proiettate le immagini di repertorio che ritraggono Minà alle prese con una delle sue storiche interviste con Enzo Ferrari. Proprio dall’intervista e dal significato che questa ricopre nel mondo del giornalismo ha preso le mosse il dibattito.

Il dibattito Le domande di Carotenuto non sono certo quelle a cui siamo abituati oggi, quelle «da cabaret» come le definisce lo stesso Minà. Sono domande volte a soddisfare la sete di conoscenza di chi sta ascoltando. Il professore di Macerata stuzzica il giornalista e le sue provocazioni danno il la a ricordi dal valore inestimabile, ma sono pretesto anche per tante riflessioni, molte delle quali amare. Il precariato, il giornalismo d’arrembaggio, la velocità nel mondo dell’informazione in un mondo supertecnologico, l’incapacità di verificare l’attendibilità di una notizia, «la voglia di non sapere – come la definisce lo stesso Minà – del giornalismo occidentale». E ancora l’impossibilità di andare sul posto per poter scrivere o parlare di una notizia, «un giornalismo ridicolo» per l’illustre scrittore. Attraverso i suoi aneddoti Minà palesa alla platea le differenze tra il suo modo di fare giornalismo, che appartiene ormai a pochi, e quello che ormai sembra essere il più comune.

FOTOGALLERY: LE FACCE DA FESTIVAL

L’assenza dal piccolo schermo Da 14 anni Minà non trova più spazio nella televisione italiana. Continua a scrivere e a dirigere un’importante rivista trimestrale come Latino America, ma sicuramente la sua assenza dal piccolo schermo rappresenta una delle tante sconfitte della nostra malconcia Italia. Per chi non avesse mai visto una sua intervista a Massimo Troisi o a Fidel Castro, a Diego Armando Maradona, a Muhammad Alì o a Fabrizio De Andrè piuttosto che a Robert De Niro, per citarne alcuni, forse non può comprendere il valore perduto per una televisione che ormai non offre più contenuti ma spesso solo spettacolarizzazione del dolore, l’idiozia umana, la svendita legalizzata di corpi femminili e pseudo intellettuali che possono ritrovarsi a discorrere di tutto, dallo sport alla cultura passando per le mutande invisibili di Belen Rodriguez. Il tutto con una facilità che, a dir poco, spaventa.

Un grande professionista Minà nel resto del mondo è acclamato come uno di quegli uomini che hanno segnato la storia, o ancora meglio che ne hanno fatto parte, in modo sempre rispettoso, animato da una grande voglia di sapere, da un’infinita sete di verità. Ciò che scrive, ciò a cui lavora, lo studia nel modo più approfondito possibile, nulla è mai lasciato al caso. Stiamo parlando di un professionista che negli ultimi anni con i suoi docu-film ha ricevuto premi in alcuni tra i festival di cinema più importanti al mondo come Siviglia, Berlino e Montréal. E, ironia della sorte, si tratta della stessa persona a cui è stata negata la possibilità di raggiungere il maggior numero di persone attraverso il media che ancora oggi ricopre un posto importante nelle famiglie italiane, quello più diffuso e più accessibile.

La forza della verità Mercoledì chi ha avuto la fortuna di essere seduto su quelle poltrone più che ad un’intervista, come recitava il titolo dell’incontro, ha assistito ad una lezione di vita: tra la verità e il potere, scegliere la prima consente la possibilità di camminare sempre a testa alta, di non dover mai scendere a compromessi, di lavorare senza mai doversi pentire di ciò che si scrive. Scegliere la verità ti rende una persona migliore, da ammirare, da applaudire alla fine di un incontro con un intero teatro che s’alza in piedi, con gli occhi lucidi e la certezza di aver vissuto qualcosa fuori dal comune, al cospetto di una persona tanto umile quanto grande.