di Gabriele Beccari
Sono state le conseguenze del Decreto Sicurezza il tema al centro dell’incontro che si è tenuto mercoledì al Villaggio della carità di Perugia; l’appuntamento è stato promosso dalla Caritas diocesana di Perugia e dall’associazione Antigone Umbria. Un momento di confronto partecipato e plurale, che ha visto l’intervento di giuristi, garanti e operatori penitenziari, per analizzare l’impatto sociale e giuridico del recente provvedimento legislativo che introduce 14 nuovi reati, entrato in vigore il 12 aprile scorso. Don Marco Briziarelli, direttore della Caritas diocesana di Perugia, ha introdotto i lavori sottolineando il bisogno di dialogo: «Vogliamo che l’incontro permetta di portare a casa una riflessione, opportuna di questi tempi».
Il quadro giuridico In apertura è intervenuta l’avvocata Caterina Martini, docente di Diritto processuale penale all’Università degli studi di Perugia, con un’analisi tecnico-giuridica del decreto, che ha descritto come «un provvedimento in continuità con interventi normativi precedenti, come il DL 162/2022 e il Decreto Caivano del 2023». Secondo Martini, il decreto si basa su tre pilastri principali: l’inasprimento delle pene, l’introduzione di nuove fattispecie incriminatrici e il potenziamento delle misure di prevenzione. Martini ha spiegato come la politica criminale venga spesso confusa con quella penale, precisando che quest’ultima «secondo la Corte costituzionale, costituisce l’extrema ratio, il momento nel quale soltanto nell’impossibilità o nell’insufficienza dei rimedi previsti dagli altri rami è concesso al legislatore ordinario incidere sui beni più importanti dell’individuo».
Prassi abusata Ha poi criticato l’eccessiva dipendenza dal decreto legge, definendola una prassi abusata: «Utilizzare il decreto legge è facile e sono anni che questo strumento viene abusato in materia di politica criminale». Un altro punto critico sollevato riguarda la natura del diritto penale applicato: «Si è passati purtroppo da un diritto penale del fatto a un diritto dell’autore, che va a punire la volontà criminale», rischiando di colpire individui non per ciò che hanno fatto, ma per ciò che potrebbero fare. Martini ha infine messo in dubbio la reale efficacia del decreto nel sistema giudiziario già sovraccarico: «Le autorità non riusciranno più a gestire le richieste e molti reati andranno in prescrizione, non verrà assicurata la tutela necessaria, aumenterà il problema del sovraffollamento carcerario fino all’esasperazione».
La fragilità sociale Sul problema della repressività sulle categorie più vulnerabili della popolazione è intervenuta l’avvocato Nunzia Parra, la quale ha evidenziato come il decreto, più che tutelare la sicurezza, finisca per colpire chi si trova in condizioni di marginalità e disagio. «Quello che va a inficiare questo decreto sicurezza è la repressione del dissenso e si va a punire la persona che si trova in una condizione di maggiore fragilità e povertà». Particolarmente significativo il riferimento alle manifestazioni sindacali: «Non c’era necessità o urgenza di aggravare pene per l’accattonaggio, i blocchi stradali o quei 10mila metalmeccanici che sono scesi in piazza pacificamente a Bologna per recriminare quel diritto ad avere un contratto collettivo. Col nuovo decreto sicurezza probabilmente quei 10mila operai potrebbero essere imputati per il nuovo reato di blocco stradale e ferroviario con pene altissime che violano il principio di proporzionalità.». Un ulteriore aspetto critico riguarda le occupazioni di immobili dove, sottolinea Parra, «non vengono neanche previste procedure e quindi una persona che ha occupato un immobile abbandonato da oltre venti anni viene sfrattata dalla mattina alla sera senza procedura e giudice».
Le carceri Ad approfondire le condizioni del sistema penitenziario è stato poi l’avvocato Giuseppe Caforio, Garante regionale per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà. «Nel decreto sono state previste delle norme come il delitto di rivolta penitenziaria con pena da uno a cinque anni semplicemente per la partecipazione, da due a otto per i promotori, se si provocano lesioni si arriva fino a diciotto anni». Caforio ha descritto una situazione allarmante: «Nel carcere di Terni ci sono attualmente 610 detenuti, ce ne dovrebbero essere poco più di 400, ma di questi 150 sono psichiatrici, una situazione esplosiva. Non più tardi di due settimane fa c’è stata una rivolta violentissima con la distruzione di due padiglioni». Di fronte a questa realtà, ha commentato: «Se io compio un omicidio, i ventuno anni previsti dalla legge sono anche pochi, se faccio una protesta, un blocco o una sommossa e rischio diciotto anni, penso che la pena sia spropositata». Pur criticando le misure repressive, Caforio ha riconosciuto un elemento positivo nel provvedimento, che riguarda il rafforzamento delle ipotesi di benefici per introdurre i detenuti nel lavoro, misura considerata essenziale per il reinserimento sociale e la riduzione della recidiva.
Extrema ratio A chiudere, la direttrice del carcere di Perugia-Capanne, Antonella Grella, ha posto una riflessione sulla funzione del carcere: «Il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio. Il carcere di Perugia, dove il 70 per cento dei detenuti sono stranieri, neanche lo sa di questo decreto, non è che con la minaccia di interventi più repressivi si può pensare che in qualche maniera facciano da deterrente».
