di Daniele Bovi
Chiarire la vocazione dei Cva – quei Centri di vita associativa che rappresentano una delle spine dorsali del vasto territorio comunale – e stabilire nuove modalità di gestione. Sono questi in sintesi gli obiettivi di uno studio avviato nelle scorse ore dalla giunta comunale di Perugia.
Bisogni in evoluzione L’iniziativa nasce dalla constatazione che «negli anni si sono evoluti i bisogni della popolazione, le modalità di fruizione degli spazi pubblici e le forme di associazionismo locale» e che l’attuale configurazione dei centri non sempre risponde a queste trasformazioni. I Centri di vita associata, definiti un «importante presidio sociale, culturale e aggregativo per la cittadinanza», saranno sottoposti a una ricognizione che comprenderà «l’analisi dell’attuale stato di utilizzo dei centri», «l’individuazione delle realtà associative presenti e delle attività svolte» e «l’individuazione della vocazione prevalente o potenziale di ciascun centro».
Tempi e gestione Lo studio, che dovrà concludersi entro marzo 2026, valuterà anche i fabbisogni manutentivi e proporrà «indirizzi per la futura modalità di gestione e assegnazione», con l’obiettivo di garantire «trasparenza, equità e sostenibilità». Sulla base dei risultati sarà possibile «predisporre nuove modalità di assegnazione e gestione dei Cva» ed eventualmente rivedere i regolamenti esistenti. Molti di questi Centri sono nati tra gli anni ‘70 e ‘80 come strutture polivalenti pubbliche disseminate nelle frazioni, divenendo un pilastro della vita sociale del territorio.
Partecipazione Parallelamente, la giunta ha approvato un aggiornamento del progetto delle Case della partecipazione – tassello importante del programma elettorale di Vittoria Ferdinandi e del resto della coalizione – realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Perugia. Dopo una prima fase di incontri pubblici che aveva attirato numerosi cittadini tra Madonna Alta, Castel del Piano, Ponte San Giovanni e Casa del Diavolo, si è deciso di cambiare metodo per evitare che la numerosità dei gruppi limitasse la qualità del confronto. «Gruppi troppo numerosi, pur generando entusiasmo iniziale, rischiano di inibire la partecipazione paritaria, rallentare i processi decisionali – ha spiegato l’Ateneo – e compromettere la qualità della co-elaborazione».
I Laboratori Per questo la nuova fase prevede la costituzione di almeno quattro «Laboratori di comunità», ciascuno composto da circa venti persone, selezionate tramite un avviso pubblico con criteri di rappresentatività. In caso di candidature superiori a cento, sarà effettuato un sorteggio. I partecipanti saranno preparati attraverso materiale informativo e testimonianze di esperti. È previsto inoltre un incontro pubblico in formato “Bar Camp”, che offrirà spunti e prospettive da parte di associazioni, enti e cittadini con competenze specifiche. Successivamente, i Laboratori di comunità analizzeranno le proposte, confrontandosi con il supporto dei ricercatori e dei facilitatori del Dipartimento, e potranno anche svolgere attività itineranti nei diversi quartieri per approfondire temi e localizzazioni delle Case della partecipazione.
Le tappe Il percorso si concluderà con la redazione di Documenti di proposta partecipata entro marzo 2026, che verranno discussi in assemblee territoriali aperte alla cittadinanza. I risultati saranno infine presentati alla giunta comunale come «atti utili alla definizione delle Case della Partecipazione». Stando alle tempistiche comunicate mesi fa, la prima Casa dovrebbe vedere la luce entro l’anno, mentre il progetto entrerà nel vivo nel 2026.
