di Daniele Bovi
Una battaglia legale contro il gigante Banca Intesa per una serie di contratti derivati – quattro in tutto – che scadranno tra il 2021 e il 2024. A valutare questa possibilità è la giunta comunale di Perugia che ha deciso, nei giorni scorsi, di mettersi alla ricerca di un avvocato esperto in diritto bancario, così da verificare se sussistono o no le condizioni per aprire un contenzioso nelle sedi competenti.
Cosa sono I derivati sono complessi contratti finanziari usati largamente in passato da centinaia di amministrazioni sostanzialmente con due scopi: trovare risorse in epoca di tagli oppure difendersi dai rischi di aumento dei tassi di interesse sui soldi presi in prestito. In estrema sintesi si tratta di titoli il cui valore deriva dall’andamento di alcuni indicatori come tassi di interesse, valute, indici di borsa, merci come oro o petrolio e così via. Gli enti locali hanno usato a piene mani in passato (in alcuni casi non capendo esattamente cosa stavano sottoscrivendo vista la grande complessità degli strumenti) lo swap, cioè lo scambio sui tassi di interesse. Ad esempio questi contratti consentono di pagare, su un capitale preso a prestito, un tasso variabile invece che uno fisso, o viceversa.
I contratti Per quanto riguarda Perugia bisogna tornare con la memoria al settembre 2006, quando l’amministrazione sottoscrive con Banca Intesa quattro contratti (tutti uguali, a parte alcune caratteristiche del debito sottostante) con scadenza tra il 2021 e il 2024 per un «nozionale sottostante», cioè per un valore del capitale su cui sono calcolati gli interessi cambiati dalle controparti, pari a 43,3 milioni. Gli obiettivi erano tre: in primis definire un nuovo piano di ammortamento del debito, prevedendo nuove quote capitale e nuove quote interessi, allungando così la vita finanziaria del debito; il secondo era limitare l’oscillazione dell’indice di riferimento, che era l’Euribor a 6 mesi, definendo un livello massimo e uno minimo; infine, con questi contratti il Comune puntava a ottenere nuove risorse finanziarie. Sulla base delle bacchettate della Corte dei conti di fine 2017, che riguardavano anche i derivati, il Comune si è impegnato a valutare la struttura giuridica dei contratti con Banca Intesa e una eventuale ristrutturazione del debito.
Parlano gli esperti Due i report di esperti esterni acquisiti nelle ultime settimane dal Comune: il primo riguarda il derivato sottoscritto nel 2002 (e rimodulato nel 2006 con scadenza a fine 2020) con Dexia Crediop, e anche in questo caso si tratta di uno swap sui tassi di interesse, così da gestire in modo più dinamico il debito, ridurre la spesa per interessi e ottenere risorse. Gli esperti spiegano che l’operazione è sostanzialmente riuscita tanto che i flussi sono, come dimostra l’ultima analisi di ottobre, positivi. I problemi spuntano fuori invece riguardo al contratto con Banca Intesa. In primis ci sono i costi impliciti alla stipula dei contratti, «non dichiarati dalla banca», pari a quasi 840 mila euro.
I problemi Poi si parla di quello che in termini tecnici si chiama mark to market, in soldoni il valore di mercato del contratto derivato in caso di estinzione anticipata; questo indicatore iniziale era negativo per il Comune per una cifra pari a quasi 1,3 milioni di euro. «Solo nel 2010, a seguito di una indagine della guardia di finanza, su delega della Corte dei conti, la Banca – scrive Palazzo dei Priori – aveva comunicato al Comune il costo dell’operazione quantificandolo in 833.677 euro, e affermando che si trattasse della remunerazione per i rischi che lo stesso istituto di credito si era assunto a suo tempo con le operazioni in questione». La mancata dichiarazione dei costi impliciti potrebbe comportare una eventuale illegittimità dei contratti e quindi una loro nullità. Altro problema, la «ipotetica violazione» di un decreto ministeriale del 2003 relativo allo scambio di capitale tramite derivati. A oggi, conclude l’analisi, il saldo delle operazioni è negativo visto lo squilibrio tra le condizioni del tetto massimo e minimo dell’indice scelto e il mark to market negativo; un segno meno comunque «non incoerente» con gli obiettivi alla base dell’operazione. Ora starà all’esperto di diritto bancario capire se e come procedere.
Twitter @DanieleBovi
