Il progetto del collegio Adisu mai costruito

di Antioco Fois

«Una parte di città notevolmente sensibile sotto il profilo paesaggistico e ambientale nonché storico». Non sono parole dell’ultimo comitatucolo cittadino del “no”, ma del Comune di Perugia, che nella variante al piano regolatore descrive l’area tra l’ex policlinico Monteluce, «eccellente esempio di architettura contemporanea» e «il pregevole complesso monumentale di San Bevignate», non senza ricordare che si tratta di un’area sottoposta a vincolo del “Codice dei beni culturali”.

Il progetto La stessa variante, poi adottata e approvata dall’allora Consiglio comunale, sarà propedeutica per il progetto del collegio universitario da quattro piani e 24 mila metri cubi, pensato per ospitare 150 studenti in via Dal Pozzo. Adesso, quella stessa area, delimitata da una rete arancione, è popolata da ruspe e mezzi da lavoro. Ma gli scavi più interessanti sono in corso in Comune, dove Amministrazione e uffici tecnici sono alle prese con sette anni di burocrazia, controversa e contraddittoria. Da quella montagna scartoffie, di richieste, autorizzazioni negate e poi concesse, di inversioni di marcia, con cambio di procedure e poteri speciali della Regione, emerge che il progetto ha seguito un iter speciale in quanto opera pubblica della Regione, senza conferenza dei servizi e permesso a costruire del Comune, in virtù della legge regionale 1 del 2004, la stessa che ha permesso di trasformare magazzini e sottotetti in appartamenti. Dalle carte spunta anche il giallo del doppio progetto. I piani per il collegio Adisu con vista su San Bevignate sono due, uno bocciato dalla Soprintendenza, l’altro interessato da un’autorizzazione ambientale autoprodotte dalla Regione.

Tecnici in commissione Questo almeno quanto emerso lunedì mattina nel corso della V Commissione consiliare, controllo e garanzia, che ha visto l’audizione dei dirigenti del settore Governo e sviluppo del territorio e dell’unità operativa Edilizia privata, ambasciatori chiamati a chiarire la vicenda dai consiglieri di Fi, Ncd, Pd e Pdci. La questione ha a monte, nel giugno 2003, un protocollo d’intesa tra Comune, Regione e Ateneo sulla presenza universitaria nel capoluogo, nel quale si ipotizza una ridefinizione delle sedi delle facoltà, tra Monteluce, l’ex Silvestrini, il polo della Pallotta, via del Giochetto e la Conca di via Pascoli. È a dicembre 2005 che la Giunta regionale autorizza l’Adisu a “presentare domanda di finanziamento del 50% del costo totale dell’intervento” per ” la realizzazione di un collegio universitario da realizzare su terreni di proprietà regionale”. A Marzo 2006 Palazzo Donini comunica l’atto all’Adisu, che si mette in moto. L’Agenzia per il diritto allo studio otterrà il finanziamento (circa 6 milioni di euro), diventando committente dell’opera, mentre la restante metà verrà garantirà da Ater, l’ente regionale per l’edilizia residenziale pubblica. Dell’impegno economico rimarrà traccia nel Dap, il Documento annuale di programmazione della Regione, a partire dal 2006.

Il ruolo del Comune L’anno successivo entra in gioco il Comune. La parte politica, con l’assemblea cittadina chiamata a votare la variante al piano regolatore necessaria a costruire il collegio. L’Adisu la chiede con una missiva del 27 febbraio, con l’obiettivo di incrementare i servizi agli studenti, attraverso un edificio di bio-architettura, “nel rispetto delle preesistenze paesaggistiche”. Allora l’Università contava 10 mila iscritti in più rispetto a ora. Il Consiglio comunale insomma, prima adotta la variante a giugno, col voto contrario dell’opposizione e la approva fine a luglio, con lo stesso copione di votazione per parte politica in una seduta decimata dalle assenze. Nella delibera di adozione, la 138 del 2007, si prende atto che «a seguito della pubblicazione della variante non sono pervenute osservazioni». Ossia in due mesi tra una votazione e l’altra nessuno è intervenuto in merito alla variante o a quello che sarebbe stato costruito in quell’area, ora al centro di una accesa polemica politica e da parte delle associazioni del territorio. Dopo l’estate, a settembre, ecco i primi paletti. La Soprintendenza per i beni archeologici lancia un monito all’Adisu, descrivendo il lotto edificabile come “indiziato archeologicamente” e intimando di non muovere un passo senza la sipervisione degli archeologi. «Si prescrive che ogni fase dei lavori di scavo dovrà essere controllata da una società di archeologi di fiducia di questa Soprintendenza con oneri a carico del committente», se proprio si vuole citare il punto cruciale della comunicazione.

La svolta Dopo il via libera del Consiglio alla variante e le prescrizioni dei Beni archeologici, è la volta del progetto. Il 30 novembre 2007 il Comune rilascia l’autorizzazione paesaggistica preventiva per “una residenza universitaria in via Dal Pozzo”. L’autorizzazione tuttavia viene “cassata” dalla Soprintendenza. Anullata perché il progetto è valutato carente di motivazione e non congruo. «Il provvedimento in esame (l’autorizzazione del Comune, ndr) – scrive la Soprintendenza per i beni architettonici – è del tutto privo di motivazione, limitandosi semplicemente ad affermare che l’intervento è stato ritenuto compatibile dalla Commissione comunale per la qualità architettonica e il paesaggio». Non basta, perché la bocciatura dell’ente paraministeriale, datata 10 gennaio 2008, rincara la dose. Il nuovo collegio, «per le dimensioni, la tipologia, i materiali e le opere a corredo, se attuato come da progetto – continua il parere – provocherebbe una modifica non compatibile con le finalità del vincolo di tutela insistente sulla zona».

Iter e progetto cambiano strada Spunta un nuovo progetto, a quanto hanno spiegato i tecnici comunali in commissione, modificato da Adisu nel 2008 per ottenere una nuova autorizzazione ambientale. Questa viene rilasciata direttamente dalla Regione il 29 luglio, per mezzo di una determinazione della Direzione regionale ambiente, la quale ritiene «l’intervento in oggetto compatibile con la tutela del contesto interessato». Unica prescrizione, per salvaguardare il panorama, con riferimento proprio a San Bevignate, il “palazzone” deve essere ruotato e spostato dalla posizione iniziale. Il 4 agosto la Regione partecipa l’atto a Comune, Soprintendenza e Adisu. Esattamente un mese dopo i Beni architettonici esprimono «parere favorevole alla realizzazione dei lavori in oggetto indicati», scrive l’ente in riferimento alla nuova residenza universitaria. La Soprintendenza, hanno spiegato in commissione consiliare i tecnici di Palazzo dei Priori, questa volta approva, con qualche prescrizione. Anche il Comune, ad aprile del 2009, dà semaforo verde con una dichiarazione di conformità urbanistica. Un semplice controllo di altezze e volumetrie rispetto alle possibilità di edificare su quel lotto. Per Palazzo dei Priori i numeri sono in regola e non si entra nel merito delle scelte progettuali. A quanto pare è l’ultimo atto del Comune. Lo scorso 18 febbraio, la Regione, in base al decreto “del fare”, ha prorogato di tre anni la validità dell’autorizzaIone ambientale autoprodotta.

Il dibattito “Il Comune non poteva non sapere”, tuona Giorgio Corrado (Gruppo misto), citando la legge regionale 1/2004, “che prevede comunque o l’assenso esplicito del Comune o un accordo di programma tra Enti”. Norma bollata da Francesco Mearini (Pd) “carente”. Parla di possibile conflitto di attribuzione e incostituzionalità della legge regionale Pino Brenna, consigliere di opposizione che consiglia di cercare un vizio di forma nella procedura che possa giustificare uno stop ai lavori e disinnescare quello che Pier Luigi Neri (Pdci) ha definito “un autentico cavallo di troia pensato ad hoc da organismi esterni al Comune”. La commissione si è aggiornata alla prossima seduta, con la richiesta di nuova documentazione agli uffici tecnici. Il secondo progetto del collegio, stando alle dichiarazione degli esperti resa in commissione, non è nemmeno chiaro se sia stato depositato in Comune.

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