Un momento della presentazione

di Daniele Bovi

Qualche dubbio, qualche stroncatura senza possibilità di appello, qualche precisazione ma pure plausi e incoraggiamenti. Il giorno dopo la presentazione, alla sala dei Notari, del progetto di «Perugia 1416», o meglio della cornice di un evento tutto ancora da costruire, in città si continua a parlare di quello che accadrà, o che potrebbe accadere, l’11 e il 12 giugno, date scelte per la manifestazione. Una discussione inevitabile dato che si toccano tasti delicati come quelli dell’identità e dell’orgoglio cittadino. Umbria24 ha ascoltato le opinioni di alcune delle associazioni del centro storico per capire, a qualche ora dalla presentazione, quali sono gli umori: «In generale – dice Giuseppe Capaccioni, presidente della Consulta del centro storico – mi sembra una cosa interessante. Non sarà facile fare qualcosa di qualità anche perché si parte da zero, ma vista la partecipazione di ieri ci sono buone possibilità che possa essere un qualcosa di utile. In particolare trovo utile questa idea di ricucire il cuore della città con la parte più periferica, stimolare l’appartenenza di tutti alla stessa città, un sentimento che si è sfilacciato in questi anni».

No al ‘peruginismo’ Quello che va allontanato secondo Capaccioni «è il rischio della nostalgia di un certo ‘peruginismo’. Perugia è la capitale dell’Umbria se valorizza tutto quello che le sta attorno, l’orgoglio vale poco se non c’è un ruolo guida». Quanto ai prospettati vantaggi economici e turistici, ci saranno davvero? «L’occasione – risponde Capaccioni – non viene da sé. Va costruita passo dopo passo e bene. Comunque noi ci siamo e diamo una mano». Silenzio invece arriva dall’associazione del Borgo Bello: «È un argomento – si limita a dire il presidente Orfeo Ambrosi – sul quale non voglio entrare». All’interno di un’altra antica istituzione cittadina come la Famiglia perugina invece il dibattito interno ancora non c’è stato e così il suo presidente, Giovanni Brozzetti, spiega di parlare a titolo personale. Il giudizio è duro: «Dall’appuntamento di ieri non solo io ma altri – dice – speravamo di capire qualcosa in più. Nel complesso mi pare una forzatura perché non ha radici nella nostra tradizione. Queste cose hanno senso se hanno una tradizione, e questa non si inventa».

LA PRESENTAZIONE ALLA SALA DEI NOTARI

Famiglia perugina e Vivi il borgo «La nostra storia – continua – è quella di un popolo scettico e ribelle: noi veniamo dalla Guerra del sale e dal Venti giugno. Ho apprezzato la bella lezione dell’amico Nucciarelli, ma pensare che noi dobbiamo ricordare Braccio è come ricordare il Venti giugno dall’altra parte. Il buon Fortebracci è quello che ha buttato all’aria la democraticità della nostra città e le conquiste dei secoli precedenti. Meglio ricordare Sant’Ercolano, almeno lui ha combattuto per la libertà. Comunque, anche se ora sono scettico, sono di indole ottimista e spero bene». Decisamente più benevola è l’opinione di Franco Mezzanotte, presidente di quella Vivi il Borgo che fin dall’inizio è stata dentro il progetto della rievocazione: «Noi – dice – abbiamo già partecipato al tavolo di lavoro e trovo non negativo pensare a quel momento storico, ovvero quando Perugia poteva essere il fulcro di uno stato nazionale». Detto questo i però riguardano come declinare nel concreto l’idea di partenza: «Non deve diventare – sottolinea Mezzanotte – una pagliacciata in costume ma un momento per ricordare che Perugia è la ‘capitale’ dell’Umbria, ovviamente senza umiliare gli altri. La cosa deve essere offerta in modo storicamente accettabile, senza omaggi a Perugia». «Se questo è il senso – dice – allora condivido il progetto. Ma il semplice folklore, lo ripeto, non servirebbe a nessuno».

Non è il secolo d’oro Le critiche di Vanni Capoccia invece, animatore del sito Latramontanaperugia.it e tra i membri della Società di mutuo soccorso, altra gloriosa e antica istituzione perugina, innanzitutto mettono nel bersaglio il periodo storico scelto: «Io – dice – sono cresciuto alla scuola del Bonazzi, di Binni e Capitini, per i quali i secoli d’oro della città furono quelli della crescita impetuosa del libero comune e delle sue istituzioni: il Duecento e il Trecento, tempi in cui le grandi decisioni erano prese dal popolo in Piazza o nella Sala del Popolo (poi ridotta a Sala dei Notari). Perciò fa una certa impressione leggere di gran professori che, revisionando la storia a loro piacere, hanno scoperto che il secolo d’oro di Perugia è il Quattrocento, il secolo della decadenza della repubblica perugina, dell’arrivo del governatore pontificio nominato dal papa in successione a Braccio, della fine dei lavori per il Duomo, che infatti non è mai terminato, e si contrappone tristemente allo splendore dei gioielli della repubblica perugina come la Fontana e il Palazzo dei Priori».

Braccio il perugino Nessun dubbio invece c’è sulla peruginità di Braccio: «In realtà nessuno – dice – sostiene una cosa del genere; certo che Braccio era perugino, talmente perugino che i perugini dovettero cacciarlo dalla città. È lapalissiano: se non fosse stato perugino, non ci sarebbe stato bisogno di cacciarlo come nemico del popolo». Secondo Capoccia più che sull’epoca di Braccio le energie andrebbero a spese per portare avanti il progetto della Dodecapoli etrusca, «obiettivo – spiega – di grande prestigio culturale, che darebbe forza alle nostre due università e dal sicuro impatto sul turismo culturale».

Twitter @DanieleBovi

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