di Daniele Bovi
Un inferno con i suoi gironi, da quelli abitati da chi sta al 41bis, il carcere duro per i mafiosi, a quelli dei ladri di polli. Lì dentro si muoverà il professor Carlo Fiorio, martedì scorso eletto garante per i detenuti da un consiglio regionale inadempiente da otto anni. Una sorta di Virgilio che quei gironi e quei dannati li frequenta da molto tempo. Nato a Torino nel 1965, è avvocato e iscritto all’Ordine di Perugia, nella cui Università insegna Diritto processuale penale. Per conto del dipartimento di Giurisprudenza cura dal 2010 lo «Sportello legale dei diritti», un servizio che, con la partecipazione dei laureandi, offre assistenza e consulenza ai carcerati, in particolare a quelli che non se lo possono permettere.
Professore, la sua nomina arriva dopo otto anni di inadempienza da parte della politica. Che cosa si è perso in tutto questo tempo?
Fortunatamente poco perché l’Umbria ha avuto popolazione carceraria nei limiti dell’affollamento, che non è cresciuta tanto quanto quella nazionale. Abbiamo avuto un ottimo Dipartimento, direttori sempre attenti e un’ottima magistratura di sorveglianza. Certo, ci sono state vicende gravi come quella di Bianzino e altre che toccano da vicino il diritto alla salute, i diritti minimi che non hanno sempre avuto un’interlocuzione. Ora il garante dovrà stare in carcere, parlare con la gente, capirne i bisogni e poi metterli in rete con il Dap, i magistrati, l’Uepe (l’Ufficio penale per l’esecuzione esterna, ndr), le associazioni. Comunque, del tempo lo abbiamo perso.
Qualche consigliere regionale del centrodestra ha detto che la sua è una figura inutile. È così?
È una polemica sterile. Il consigliere può, o meglio dovrebbe, entrare in carcere. Io non so quanti ci sono entrati, come del resto non l’hanno fatto tanti magistrati o avvocati. Un consigliere ci dovrebbe andare, e ci va con l’autorità politica, mentre il garante fa un lavoro di vigilanza e di rete che il consigliere istituzionalmente non deve fare. Io sono contento se si alzano e ci vanno, anzi, li invito a farlo. Quindi no, non è una figura inutile.
In cosa differiscono le quattro carceri umbre? Quali i loro problemi principali?
Conosco poco Orvieto, lasciato inopportunamente a parte perché dicevano che lì si stava meglio. Fin dal 1994-95 sono stato volontario a Spoleto, Perugia e Terni, tre realtà completamente diverse. Spoleto e Terni ospitano criminalità medio alta, condannati a pene medio-lunghe, anche 20 o 30 anni, e paradossalmente stanno meglio perché là c’è omogeneità etnica. Perugia invece è un porto di mare con un 70-80% di detenuti stranieri, che magari stanno là 3-4 giorni o una settimana e con i quali è più difficile comunicare e fare una mediazione linguistico-culturale. E poi ricordiamo che in Italia il 38% dei detenuti è in carcerazione preventiva, e questo è uno dei grandi mali perché con loro non si possono fare programmi.
Il suo mandato, per volontà del consiglio regionale, terminerà nella primavera del 2015. Cosa pensa di fare in questo arco di tempo? Quali sono le sfide che dovrà affrontare?
Penso di partire dal basso, voglio andare in tutte le quattro carceri anche se insieme a Stefano Anastasia, con il quale gestiamo lo Sportello dei diritti, facciamo il “garante ombra” da quattro anni. Cercheremo di capire i bisogni dei detenuti e voglio creare un tavolo con provveditore, direttori, Uepe e magistratura di sorveglianza. Fondamentale sarà interloquire anche con le Asl per la garanzia del diritto alla salute, che è molto sentito. Sul breve periodo vorrei poi creare un polo universitario carcerario come fanno Emilia e Toscana: in un carcere, ad esempio Perugia, dovrà esserci una struttura per detenuti universitari che potranno continuare a studiare. Ho laureato un 41bis e anche degli ergastolani ed è stata un’esperienza molto bella: a un uomo che non usciva da oltre 20 anni è stato concesso un permesso di dieci ore per discutere la tesi. Al di là della scarsità di risorse però, a contare è anche la creatività e lo spirito di iniziativa.
Studio e istruzione sono quindi due pilastri fondamentali della sua azione
Sì, sono una chiave di volta, e poi io sono un insegnate. Vorrei anche lavorare su presidi formativi, creando un vademecum in più lingue, però dovranno essere i detenuti a dire di cosa hanno bisogno. In più sarà fondamentale dare vita ad una rete anche informatica con la magistratura di sorveglianza per rendere più veloci le procedure. E proprio su quest’ultimo punto va sottolineato il problema di risorse: in tutta Italia ci sono meno di 180 magistrati di sorveglianza per oltre 60 mila detenuti, e così il carico di lavoro diventa difficile da smaltire.
Da quanti anni è attivo lo Sportello?
Dal 2010. Oggi 150-200 studenti all’anno, divisi in otto gruppi, visitano costantemente Capanne. Luoghi dove non si deve entrare con la spocchia di essere migliori, o come se si andasse allo zoo. O si va per aiutare o non si va. E anche la politica, radicali e socialisti a parte, conosce poco le vicende, c’è poca dimestichezza.
Che cosa chiedono più spesso i detenuti?
Prevalentemente c’è una richiesta di informazioni per avere benefici, oppure sul lavoro post penitenziario, sul diritto alla salute, mentre tanti stranieri chiedono la possibilità di espiare la pena all’estero. Purtroppo in carcere manca l’informazione, e c’è la necessità di relazionarsi umanamente.
Di fronte al problema del sovraffollamento l’indulto è una soluzione?
No, ma a volte serve in un Paese che non offre soluzioni. Nel 2006 ad esempio è stato necessario, ha dimezzato la popolazione carceraria ma l’anno dopo è tornato tutto come prima. In quel caso fui d’accordo dopo aver visto celle da due abitate da tre persone, col terzo materasso a terra e la persona in alto col naso a trenta centimetri dal soffitto; oppure quelli che quasi si uccidono per problemi di spazio. E poi dove non è possibile uscire perché la struttura non dispone di spazi esterni, si rimane in cella: e allora dov’è la differenza tra un 41bis che sta 23 ore dentro e uno che di ore dentro ne deve passare 22 e ha rubato una mela?
Quali sono allora le soluzioni?
Innanzitutto abbiamo un sistema di misure alternative alla detenzione sottodimensionato. Un esempio: il 40% dei detenuti ha commesso reati legati alla droga o è tossicodipendente, perciò mi sembra strano che gli affidi terapeutici siano così pochi. Si tiene questa gente in carcere quando invece andrebbe gestita, ne gioverebbero sia lui che gli altri. Poi vanno potenziate le misure alternative per le pene medio-basse, attraverso convenzioni con enti locali che permettano ad esempio ai detenuti di aiutare il settore pubblico. Penso inoltre alla necessità di un rapporto continuo con la magistratura di sorveglianza attraverso un protocollo informatico.
Cosa direbbe a un cittadino che potrebbe sentirsi spaventato dall’indulto?
Bisogna sapere che la recidiva è bassissima e che oggigiorno la gente non scappa: la latitanza è per pochi avendo dei costi che neanche gli industriali potrebbero sopportare. Servono tante coperture, tanti soldi contanti e siamo tutti mappati. Quindi, studiando i casi, si può dare fiducia ma ci vuole buon senso.
Che cosa insegna un caso come quello di Aldo Bianzino?
Non sono uno ma sono tanti. Io ritengo che l’Italia dal punto di vista delle norme non sia in linea con l’Unione europea. La persona arrestata deve essere sempre controllata da un medico, anche di fiducia. L’avvocato e il medico devono essere sempre presenti. Inoltre è gravissimo che nel nostro ordinamento non sia stato inserito il reato di tortura, che non può essere parificato a quello di violenza privata.
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