©️Fabrizio Troccoli

Come generalmente la gente avverta siano trattate le minoranze e, contemporaneamente, quale sia il livello di qualità di vita che attribuiscono alla propria comunità di riferimento, è lo studio presentato a luglio da Gallup. Al di là delle correlazioni più o meno appropriate, quello che emerge è un quadro che smonta in più parti, convincimenti e pregiudizi che, da una dimensione globale possono essere calati in realtà di prossimità.

Sostanzialmente le comunità nelle quali le persone ritengono che anche chi appartiene a gruppi più esposti alla discriminazione possa vivere bene, sono anche quelle dove gli abitanti dichiarano più frequentemente livelli elevati di soddisfazione personale, fiducia e sicurezza.

La ricerca, pubblicata a luglio, sulla base dei dati raccolti dal Gallup world poll, non stabilisce che l’inclusione produca automaticamente felicità, ma individua una relazione molto forte tra il modo in cui una società tratta le differenze e il modo in cui le persone valutano la propria vita.

È una prospettiva diversa rispetto alle tradizionali analisi sui diritti civili. Gallup non misura il numero delle leggi approvate, il livello di protezione giuridica garantito dagli Stati o l’esistenza di politiche pubbliche dedicate alle minoranze. Il punto di osservazione è molto più vicino alla vita quotidiana: la percezione dei cittadini rispetto al luogo nel quale vivono.

La domanda centrale è la seguente: le comunità nelle quali le persone vedono maggiore apertura verso chi è diverso sono anche quelle nelle quali gli abitanti stanno meglio?

La risposta che emerge dai dati raccolti in vent’anni di rilevazioni è positiva, anche se con una cautela importante: Gallup osserva una correlazione, non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto. Il World Poll è il programma internazionale di rilevazione dell’opinione pubblica avviato da Gallup nel 2005 e oggi rappresenta uno dei sistemi più ampi al mondo per analizzare condizioni di vita, percezioni sociali e aspettative dei cittadini.

Ogni anno vengono raccolte informazioni in oltre 120 Paesi e territori, coprendo circa il 95% della popolazione adulta mondiale. Lo studio sull’inclusione delle minoranze non si basa quindi su una fotografia isolata, ma su una serie storica che consente di osservare come siano cambiate le percezioni sociali dal 2005 al 2025.

La dimensione temporale è uno degli elementi più rilevanti perché permette di distinguere un fenomeno momentaneo da una trasformazione culturale più profonda. Il campione utilizzato da Gallup viene costruito per rappresentare la popolazione adulta dei singoli Paesi. Normalmente vengono intervistate circa mille persone per ogni Stato, anche se il numero può aumentare nei Paesi più popolosi o quando sono necessarie analisi più dettagliate.

La popolazione considerata comprende gli individui dai 15 anni in su. La selezione degli intervistati segue criteri probabilistici, con l’obiettivo di rappresentare la composizione reale della società attraverso variabili come genere, età, livello di istruzione, area geografica e differenza tra zone urbane e rurali.

Nei Paesi dove la copertura telefonica è sufficientemente ampia le interviste vengono realizzate attraverso telefono cellulare o rete fissa. Dove questo metodo non garantisce una rappresentazione adeguata della popolazione, Gallup utilizza interviste faccia a faccia, con una selezione a più stadi delle famiglie e degli individui coinvolti.

L’aspetto più innovativo dello studio riguarda il modo in cui Gallup misura l’inclusione. Ai cittadini non viene chiesto semplicemente se siano personalmente favorevoli o contrari a determinate minoranze. La domanda è costruita in modo diverso e riguarda il contesto nel quale vivono: «La città o l’area in cui vive è un buon posto in cui vivere per…»

La frase viene completata con tre categorie: persone appartenenti a minoranze etniche o razziali; immigrati; persone gay o lesbiche. Questa impostazione sposta l’attenzione dall’opinione individuale alla qualità percepita della comunità. Una persona intervistata può non appartenere a nessuno dei gruppi considerati, ma la sua risposta racconta comunque qualcosa del luogo in cui vive: quanto una società viene percepita come aperta, sicura e capace di integrare persone diverse.

Il primo risultato dello studio è una crescita generale della percezione di apertura. Per le minoranze etniche e razziali la quota di persone che considera positiva la propria comunità passa da valori intorno al 60% nella prima fase della rilevazione fino a circa il 74% nel 2025. Per gli immigrati il miglioramento è ancora più evidente: si parte da valori superiori al 50% nei primi anni del World Poll fino ad arrivare a circa il 66% nel 2025. Il cambiamento più significativo riguarda però le persone gay e lesbiche. Nel 2005 soltanto poco più del 20% degli intervistati a livello globale considerava la propria comunità un buon luogo dove vivere per persone omosessuali. Nel corso dei due decenni il dato cresce progressivamente fino ad arrivare intorno al 40% nel 2025. È quindi il gruppo per il quale il cambiamento relativo è stato più forte, ma rimane anche quello per il quale la percezione di accoglienza resta più bassa. La distanza rispetto agli altri gruppi è significativa: nel mondo è più diffusa la percezione che una comunità sia accogliente verso minoranze etniche e immigrati rispetto alla percezione che lo sia verso persone gay e lesbiche.

Dopo avere misurato il clima sociale, Gallup incrocia queste risposte con un indicatore di benessere individuale. Lo strumento utilizzato è la cosiddetta Cantril Ladder, una scala da zero a dieci nella quale agli intervistati viene chiesto di immaginare la propria vita. Lo zero rappresenta la peggiore vita possibile, il dieci la migliore vita possibile. Sulla base delle risposte Gallup divide gli individui in tre categorie: persone che stanno vivendo una condizione positiva e guardano con fiducia al futuro, definite “thriving”; persone in una situazione intermedia, definite “struggling”; persone in condizioni di maggiore difficoltà, definite “suffering”.

È proprio l’incrocio tra queste due dimensioni — apertura della comunità e valutazione della propria vita — a produrre il risultato più rilevante. Nelle comunità dove nessuno dei tre gruppi analizzati viene percepito come accolto, la quota di persone classificate come “thriving” si ferma intorno al 21%. Quando aumenta il numero di gruppi considerati integrati, cresce anche il benessere dichiarato. Nei luoghi dove gli abitanti ritengono che tutte e tre le categorie — minoranze etniche, immigrati e persone gay o lesbiche — possano vivere bene, la quota di persone che dichiara una condizione elevata di soddisfazione arriva intorno al 40%. In altri termini, secondo la fotografia costruita da Gallup, nelle comunità percepite come più inclusive la probabilità di dichiarare un’elevata soddisfazione della vita arriva quasi al doppio rispetto alle comunità dove prevale una percezione di esclusione.

Il risultato dello studio è forte, ma Gallup introduce una precisazione fondamentale. La ricerca non dimostra che una maggiore apertura verso le minoranze produca automaticamente maggiore felicità. Esistono almeno due possibili interpretazioni. La prima è che comunità più inclusive generino realmente condizioni migliori: più fiducia reciproca, maggiore sicurezza, relazioni sociali più solide e quindi una migliore qualità della vita. La seconda è che persone già soddisfatte della propria vita tendano a percepire in modo più positivo anche il contesto sociale nel quale vivono.

Il rapporto potrebbe quindi essere circolare: comunità più coese favoriscono il benessere individuale, ma persone che stanno meglio possono contribuire a costruire comunità più aperte e fiduciose. Il messaggio dello studio non è dunque che «le minoranze rendono felici le persone». La conclusione più profonda è un’altra: il modo in cui una società tratta chi viene percepito come diverso può essere un indicatore della qualità generale delle relazioni sociali.

Applicare questo modello all’Umbria richiede una premessa metodologica. La regione non è stata oggetto di una rilevazione specifica del World Poll. Non esiste quindi un dato diretto che permetta di sapere quale percentuale di umbri consideri il proprio territorio un buon luogo dove vivere per minoranze etniche, immigrati o persone gay e lesbiche.

La domanda corretta non è quindi se l’Umbria sia “promossa” o “bocciata” secondo il parametro Gallup. La domanda possibile è un’altra: gli indicatori disponibili consentono di ricostruire anche in Umbria il rapporto individuato dallo studio tra apertura verso le differenze, qualità delle relazioni sociali e benessere percepito?

Per farlo bisogna partire proprio dal primo elemento osservato da Gallup: il clima sociale nel quale vivono le persone appartenenti a gruppi minoritari.

L’Umbria è una regione nella quale la convivenza tra persone di origine diversa è ormai una componente strutturale della società. I cittadini stranieri residenti sono circa 90 mila e rappresentano poco più del 10% della popolazione regionale.

Ma, ed è un passaggio centrale anche per la lettura proposta da Gallup, la presenza di una società più composita non permette automaticamente di dedurre un maggiore livello di inclusione. Le informazioni disponibili attraverso i progetti contro le discriminazioni rivolti alla popolazione immigrata mostrano che anche in Umbria esistono episodi e situazioni di esclusione legate all’origine, alla provenienza o alle caratteristiche personali. Le criticità rilevate riguardano soprattutto ambiti molto concreti della vita quotidiana: l’accesso alla casa, il lavoro, i rapporti sociali e l’accesso ai servizi.

Il tema delle persone gay e lesbiche è probabilmente quello che più si avvicina alla logica dello studio internazionale. Anche per l’Umbria non esiste una rilevazione campionaria capace di dire quale sia la percentuale di cittadini che considererebbe la propria città o il proprio territorio un buon luogo dove vivere per una persona gay o lesbica. Esistono però dati concreti provenienti dai servizi che intercettano situazioni di discriminazione.

Il Centro antidiscriminazioni Lgbti+ gestito da Omphalos a Perugia indica due fenomeni che convivono. Da una parte mostra che esistono situazioni nelle quali persone Lgbtq+ incontrano difficoltà, discriminazioni o forme di esclusione. Dall’altra evidenzia che il territorio dispone di una rete capace di riconoscere il problema e costruire risposte.

E’ a questo punto che emergono spunti interessanti. Una comunità inclusiva, secondo lo studio internazionale Gallup, non è una comunità nella quale non esistono problemi o conflitti. È una comunità nella quale le differenze vengono riconosciute, affrontate e progressivamente integrate nella vita collettiva. Un elemento particolare del caso umbro riguarda il fatto che il tema delle discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere sia entrato anche nella dimensione istituzionale.

La Regione Umbria ha approvato una normativa specifica contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, riconoscendo il fenomeno come una questione sociale sulla quale intervenire attraverso prevenzione, tutela e sostegno. Negli anni successivi si è sviluppata una rete di servizi dedicati. Tra questi rientrano il Centro antidiscriminazioni Lgbti+ di Perugia e la Pink House di Gualdo Tadino, struttura destinata all’accoglienza e al sostegno di persone Lgbti+ in condizioni di particolare vulnerabilità. Ma maggiore monitoraggio e sostegno può significare sia maggiore presenza di fenomeni discriminatori sia minore impatto dovuti agli strumenti adottati.

Secondo i dati Istat BesT, in Umbria sono presenti circa 82 organizzazioni non profit ogni 10 mila abitanti, contro una media nazionale intorno a 61. Questi numeri chiariscono maggiormente il quadro essendo, questi si, associabili a un miglior grado di inclusione.

Infatti Gallup individua proprio nella qualità delle relazioni sociali uno dei meccanismi attraverso i quali l’apertura verso le differenze può collegarsi a un maggior benessere percepito. Unitamente alla partecipazione civica che in questa regione presenta elementi in linea con quelli nazionali se non leggermente migliori. Va inoltre valutato il dato della sicurezza. Sul piano oggettivo, alcuni fenomeni di criminalità predatoria presentano livelli inferiori alla media nazionale, in particolare rapine e borseggi. Rimane invece una criticità rappresentata dai furti nelle abitazioni, un fenomeno che può incidere sulla percezione quotidiana di sicurezza. Gallup infatti non misura soltanto condizioni materiali, ma soprattutto percezioni. Sul fronte del benessere dichiarato, i dati Istat sul benessere territoriale mostrano come l’Umbria presenti reti familiari ancora solide, realtà associative virtuose, indicatori favorevoli sul piano sanitario e diversi elementi di qualità sociale superiori alla media nazionale. Ovviamente tutte variabili che prese singolarmente hanno molti aspetti contestabili e migliorabili, ma in un quadro di insieme tratteggiano un profilo maggiormente strutturato rispetto ad altre realtà regionali.

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