di Sara Calini
Dopo i brunch, l’avocado toast e il black friday si è fatto strada in Europa – e in Italia – l’ennesimo trend statunitense: i ristoranti, hotel e locali “child-free”. Che altro non sono che strutture ricettive che non permettono l’accesso ai bambini di diverse età, o almeno, che vorrebbero farlo. Si, perché il dibattito è ancora acceso oggi, e c’è chi si domanda se sia legale o meno nel nostro paese escludere un’intera categoria di persone da questo tipo di strutture. Che poi, sembra importante anche tenere a mente che vietare a bambini di mangiare in ristoranti o soggiornare in hotel e villaggi significa escludere anche i loro genitori. Trend che non può che avere un importante impatto anche a livello turistico, elemento piuttosto importante per un paese come l’Italia, che sul turismo ci basa un’economia intera.
Un probelma francese? In Francia qualcuno ci ha già pensato e il dibattito è esploso proprio in queste settimane attirando anche l’attenzione delle istituzioni. È arrivata velocemente la proposta della senatrice socialista Rossignol per una legge che vieti questa discriminazione. Ha seguito poi anche Sarah El Haïry, commissaria all’Infanzia, che ha annunciato un intervento per sensibilizzare gli operatori del turismo contro l’idea che i bambini siano un fastidio da cui tenersi lontani. El Haïry, ha anche dichiarato che stanno pensando ad un modo per rendere queste strutture discriminatorie e i bambini una minoranza da tutelare.
In Italia Se anche in Italia il childfree è un gusto ormai acquisito -soprattutto in Trentino -Alto Adige, che ha addirittura un sito apposito per «strutture dedicate a clientela adulta» – e sono in tanti ad offrire pacchetti “no kids”, l’Umbria non è esclusa dal fenomeno. Basta una semplice ricerca on line per scoprire diverse strutture turistiche dall’area di Perugia e Media Valle del Tevere, fino ad Assisi, il Trasimeno ed altre note destinazioni del turismo del benessere, per trovare strutture ricettive per adulti. Man mano che si sale nella qualità del servizio si trovano più attività che offrono il servizio esclusivo agli adulti fino ad arrivare al lusso dove il fenomeno è maggiormente presente, fino a diventare elemento di distintività se non di attrazione. Che siano ufficialmente ‘anti bambini’ o che costruiscano una comunicazione disincentivante cambia poco la sostanza di determinare l’esclusione dei più piccoli e quindi anche dei rispettivi genitori, se non diversamente organizzati.
A proposito di locali invece ci sono, in Umbria, quelli «che sconsigliano la presenza di bambini» – fa sapere l’Unione commercianti dell’Umbria, che ha già trattato l’argomento diverse volte. Secondo il rappresentante dell’associazione che ha parlato con Umbria24 infatti «tanto dipende dall’educazione, ma i bambini che non sono seguiti sono un’eccezione, non la regola, ed è evidente che non prenderli dentro i ristoranti è una presa di posizione estrema». Sottolinea poi che la questione resta comunque dibattuta, perché da una parte c’è chi sostiene la necessità di ambienti tranquilli per tutti i clienti, dall’altra chi evidenzia le ricadute sociali di queste scelte. «Il rischio grosso è limitare la possibilità di far fare delle attività ai genitori. Già abbiamo una situazione dove di figli se ne fanno pochi, se questa è la gestione che si sceglie creiamo sempre più problemi».
Una tendenza controcorrente Se c’è chi si domanda quale sia la cosa più giusta da fare, Elena Tortoioli – presidente dell’associazione Agriturismi Coldiretti “Terranostra Umbria” – non ha dubbi. «Per noi, una società dove il bimbo è un problema, è una società che non ha futuro», afferma con convinzione, sottolineando come l’esclusione dei bambini vada contro i valori fondanti su cui queste strutture operano. In un periodo in cui alcune realtà puntano a garantire silenzio e relax a scapito della presenza dei più piccoli, gli agriturismi umbri scelgono quindi invece di investire in spazi e attività dedicate proprio a loro. L’obiettivo, spiega la presidente, è duplice: educare i bambini e favorire la permanenza delle famiglie nelle strutture, anche ovviamente con ricadute economiche positive. «Le famiglie risparmiano per tutto, ma non risparmierebbero mai per i figli» osserva. Pur non escludendo che esistano altre realtà turistiche in Umbria, come hotel di lusso o spa, che possano adottare politiche più selettive, Tortoioli precisa: «Parlando da parte nostra, per quello che riguarda gli agriturismi e le strutture ricettive legate all’agricoltura, noi vogliamo che le famiglie e i bambini vengano e passino tempo in campagna».
