Pierpaolo Capovilla ieri sera al Festival del giornalismo (foto Manti)

di M.Alessia Manti

«Sono convinto che la politica adesso debba essere fatta dalla società civile. E noi artisti abbiamo il dovere di esserne i promotori». Parola di Pierpaolo Capovilla, voce, viscere e cervello de Il Teatro degli Orrori che, ospite giovedì al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, è stato intervistato dal direttore di Repubblica XL all’interno dell’incontro dedicato alla musica che racconta la realtà sociale attuale.

Stanchi delle canzonette Un vis-à-vis che è partito da una domanda: cosa sta succedendo nella musica italiana? E’ l’anno dei dischi difficili. Dei dischi «lunghi», dei concept album: Wow dei Verdena, Marinai, Profeti e Balene di Vinicio Capossela, Il Mondo Nuovo della band di Capovilla e il fresco di stampa Padania degli Afterhours. «Per troppo tempo gli artisti italiani si sono autocensurati, producendo musica di intrattenimento, che non desse fastidio -ha spiegato Capovilla-, è successo che non ne possiamo più delle canzonette, di un modo di fare musica che ci fa rimpiangere gli anni ‘70, quando prendere posizione per un artista era un obbligo morale e civile. Certo erano anni contraddittori, da una parte belle speranze, voglia di fare e un immaginario collettivo in cui spiccavano figure come quella di Berlinguer. Dall’altra il terrorismo. E la musica non seppe narrare fino in fondo questa doppia identità del Paese. Tutto ciò, anzi, sfociò nel narcisismo degli anni ‘80, con il predominio della tv, col berlusconismo. Un riflusso che ci ha stancati».

La politica culturale Il Teatro degli Orrori non fa musica di intrattenimento, questo è chiaro. «Siamo contro il disco da aperitivo, quello mordi e fuggi – ha ribadito-, mi piace pensare che i nostri lavori e in particolare Il Mondo Nuovo sia invece una cena, popolare, da gustare con calma. Questa è fare politica culturale in fondo». L’intento sta già nella scelta di cantare in italiano, un atto che secondo lo stesso Capovilla è la cosa più onesta che un artista possa fare per il suo pubblico. «E’ un disco difficile – ha spiegato Capovilla -, è anche un disco lungo e questo chiede al fruitore almeno tre cose. Tempo. Attenzione. Maggiore consapevolezza nell’ascolto».

Il migrante, eroe dei nostri tempi Il disco è un concept album sull’immigrazione dove il migrante è il soggetto principale del cd. «Dobbiamo innanzitutto capire che la globalizzazione non è Internet. La globalizzazione è la divisione del lavoro su scala globale. La globalizzazione è immigrazione ed emigrazione, è fatta di donne e uomini, altro che il web. Il migrante ha due caratteristiche che lo avvicinano al mito. E’ coraggioso e dedito al sacrificio.

Un paese che ha perso la bussola Nell’album c’è un pezzo dedicato a Ion Cazacu, il piastrellista rumeno morto nel 2000 perché il suo datore di lavoro, quando lui gli aveva chiesto di metterlo in regola con il contratto, lo ha ucciso dandogli fuoco. «La storia è inquietante perché è la foto di una certa Italia di oggi che antepone i propri egoismi quotidiani ai valori sacri, primo tra tutto quello della vita. E’ un Paese che ha perso la bussola».