Quirico al V convegno Salvatorelli

«Andare in Siria, oggi, a due anni e mezzo dall’inizio della rivoluzione è una forma di suicidio. Nessuna delle parti che si combattono è in grado di garantire la sicurezza di un giornalista che voglia raccontare questa guerra». Domenico Quirico, l’inviato del quotidiano La Stampa, vittima nei mesi scorsi di un sequestro mentre si trovava in Siria, è stato il protagonista dell’evento speciale dedicato agli inviati di guerra che si è svolto la sera di venerdì 8 novembre a Marsciano nell’ambito del V convegno della fondazione Salvatorelli ‘La Politica dei Media. Stampa, radiotelevisione, internet davanti al potere’, che si è concluso sabato mattina, 9 novembre, con un seminario dedicato alle scuole sul tema dei social network e della gestione dei dati.

Siria, paese non più raccontabile Sul palco del teatro Concordia, insieme a Quirico, Angelo d’Orsi, studioso e giornalista egli stesso, presidente del comitato scientifico della fondazione. Quirico è arrivato in Siria ad aprile 2013 e subito si sono perse le sue tracce. I suoi sono stati 5 mesi di prigionia in mano ai ribelli prima di essere rilasciato lo scorso 8 settembre. Con 18 giornalisti arrivati di cui non si sa più nulla oggi «la Siria è un Paese che non permette di essere più raccontato ed in questo modo esce dalla storia, perché non c’è un altro modo per mostrare ciò che succede, non bastano internet e i blog. Bisogna essere lì» ha detto Quirico. Lui lì c’era, come è stato in tanti altri scenari di guerra, dal Congo, al Mali alla Libia. Scenari complicati dove, come spiega il giornalista, «è necessario scegliere da che parte stare, da quale delle fazioni in lotta farsi guidare per comprendere ciò che accade. Ma è mio preciso obbligo, nel raccontare una parte, di non dimenticarmi mai dell’altra».

«Lì se sei buono muori» «Io non ho alcuna passione per la guerra. Ma la guerra mi interessa perché è la concentrazione dell’uomo in tutti i suoi aspetti. In uno spazio ristretto e in un tempo breve trovo tutta la tavolozza delle passioni e dei valori umani. La guerra è capace di esaltare la banalità del male e la banalità del bene. In Siria, tuttavia, non sono riuscito a rinvenire il bene. Lì hai un fucile sei un essere umano altrimenti sei una vittima, a qualunque età. Il gruppo che mi ha tenuto prigioniero ha una squadra di persone specializzate ad uccidere i singoli individui ed in questa ‘pratica’ i bambini sono manipolabili e uccidono anche meglio di adulto. Una delle prime persone che ho incontrato entrando nel Paese è stato un bambino che era molto soddisfatto mentre mi mostrava, sul suo telefonino, il video di un feroce pestaggio. La Siria è così diventato il Paese dove non è possibile essere buoni, altrimenti muori».

Siria, fallimento dei giornalisti Ed è proprio nella capacità di restituire la dimensione della tragedia della guerra che si misura il mestiere dell’inviato di guerra. «La Siria è il fallimento del mio mestiere – ha affermato il reporter – perché non sono e non siamo riusciti a mobilitare le coscienze, non abbiamo trasformato le emozioni vissute in quel Paese in coscienza». «Una conversazione bellissima – ha affermato il sindaco di Marsciano, Alfio Todini – intensa e lucida, capace di coinvolgere emotivamente il pubblico presente e restituirci la passione umana e civile di un giornalista che oltre a scrivere sa anche raccontare».

Una tragedia infinita «La rivoluzione siriana mi ha tolto 152 giorni. Un tempo che non è più mio e non potrò mai recuperare – ha dichiarato Quirico -, questo è molto più terribile dei maltrattamenti subiti. Ma non posso dimenticare cosa mi ha detto, l’ultimo giorno di prigionia, il capo dei miei carcerieri: io sarei stato di lì a poco liberato, avrei attraversato la frontiera e sarei tornato ad essere un’altra cosa. Lui, e tutti gli altri, no. Sarebbero continuati ad essere prigionieri di quella tragedia».

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