di Mar. Ros.
Insinuazioni, voci che serpeggiano, due visioni contrapposte, due approcci differenti. Due linee di pensiero parallele che, a detta dei soggetti coinvolti, sono ciascuna diretta verso il bene del minore, un bimbo di 12 anni che ha trascorso gli ultimi sei in una casa famiglia del Ternano.
Servizi sociali, famiglia e giudice Da una parte i servizi sociali di un ambito territoriale di riferimento che seguono il caso, fanno le valutazioni previste dall’iter di propria competenza e suggeriscono un affido in continuità con la linea di sangue del ragazzino: i nonni paterni, che vivono nel Lazio. Dall’altro, una famiglia residente vicino alla casa famiglia con spiccata propensione al volontariato che vorrebbe prenderlo con sé garantendogli la permanenza in quello che è stato il suo ambiente di crescita e la vicinanza alla madre, che non è purtroppo nelle condizioni di tenerlo con sé. Poi c’è il vicesindaco del Comune di residenza dell’adolescente, quello in cui insiste la casa famiglia, che scrive di suo pugno al tribunale per favorire questa seconda ipotesi. Per il 12enne, però, decide il giudice del tribunale dei minori dell’Umbria sulla scorta della documentazione fornitagli dai servizi sociali.
Racconto La storia è quella di un bambino nato da una madre pronta a dargli tutto l’amore del mondo e contro la volontà del padre che lo ha comunque riconosciuto, salvo poi abbandonare il tetto coniugale lasciando alla moglie l’onere di crescerlo. La donna, figlia di una madre alcolizzata e di un padre malato morto tre anni fa, per mancanza di denaro e occupazione, era costretta a vivere proprio con i due coniugi anziani e problematici in un ambiente, come emerge dalle carte, poco o per nulla adatto alla crescita di un figlio.
La depressione Le paure, le ansie, le crisi. La donna realizza di correre un rischio: perdere il controllo della situazione. Stretta in un vortice di pensieri e preoccupazioni, sceglie di mettere l’amore per suo figlio davanti all’orgoglio personale e si rivolge ai servizi sociali dell’ambito di riferimento: «Mio figlio ha bisogno di crescere altrove, non lo posso mantenere, aiutatemi!». Il piccolo, all’età di 6 anni viene così inserito in una casa famiglia, sita nel suo comune di residenza. Per la mamma si tratta di una vera e propria benedizione, pur nel dolore. Non ha il figlio con sé ma lo vede sistematicamente, trascorre del tempo con lui, lo vede crescere sano e sereno. Il piccolo ha rapporti anche col padre ma sono meno frequenti e di volta in volta devono essere avallati dai servizi sociali. Intanto la donna inizia una cura antidepressiva.
Il recupero Gli anni passano, la situazione economica della donna non decolla, sua madre continua ad essere vittima dell’alcool, suo padre rimane per lunghi e lunghi mesi in vita grazie ad un respiratore poi si spegne. Lei ha uno scatto d’orgoglio, vuole riprendersi il bambino. Smette di colpo gli psicofarmaci rischiando di rimetterci in salute e ristabilisce un contatto diretto e frequente coi servizi sociali: «Ho chiesto alla psicologa della Asl di ascoltarmi – racconta a Umbria 24 – diceva che mi trovava bene e che presto avremmo iniziato ad incontrarci io, lei e mio figlio. Alle sedute a tre – dice afflitta – non ci siamo mai arrivati, me lo hanno portato via prima».
Vita di paese Nel piccolo comune umbro, in provincia di Terni ci si conosce tutti e, parlando di progetti utili al sociale con un uomo del posto, il vicesindaco manifesta la propria preoccupazione proprio per il caso del ragazzino: «La casa famiglia sta per chiudere, i bambini vanno ricollocati e in questo caso la mamma non è ancora nelle condizioni di poterselo riprendere». Recepito il messaggio, l’uomo, che racconta di avere avuto già da prima,insieme alla sua consorte, l’intenzione di adottare un figlio (lui e la moglie ne hanno già due) non fa altro che attivare il procedimento per entrare nella lista delle famiglie affidatarie, come previsto dal bando predisposto dai servizi sociali di rifermento per il territorio. I due presentano quindi formale richiesta agli uffici di cittadinanza e partecipano ai colloqui obbligatori previsti e ai percorsi formativi del caso.
Bando Per essere inseriti nella banca delle famiglie affidatarie – è stato spiegato dai responsabili dei servizi sociali – ci si deve sottoporre in ultima istanza ad una valutazione psicologica di coppia presso il Sim infanzia (servizio igiene mentale) della Asl. I coniugi, che avevano fatto esplicita richiesta di affido per il 12enne in questione, pur nella loro incredulità, sono stati inseriti nell’elenco ma non sono stati giudicati idonei, dall’equipe competente, per il caso specifico. A quel punto, prima che la casa famiglia chiudesse, gli assistenti sociali hanno avviato lo step successivo: un percorso di integrazione del bambino presso i nonni paterni, apparsi gli unici (con legame di sangue) in grado di prendersene cura; quando il progetto di affido è arrivato sui banchi del tribunale dei minori, il giudice non ha fatto altro che avallare il percorso individuato dai servizi, con un decreto che ha lasciato di stucco la mamma del dodicenne. In un passaggio dell’atto si legge: «Il progetto di autonomia di vita e lavorativa della madre è fallito e la donna è rientrata in uno stato depressivo importante».
Giudice Nel decreto si fa riferimento ad un’audizione del ragazzino, da parte del giudice, e si legge che lo stesso avrebbe dichiarato di essere favorevole al collocamento presso i propri nonni paterni, cosa che non convince la madre, né la famiglia che insiste per prenderlo con sé. Nei confronti della donna peraltro, le misure disposte sono molto restrittive e lei non riesce a spiegarselo. Ora a poter vedere liberamente il dodicenne è suo padre, lei dovrà invece fare richiesta ai servizi sociali e incontrarlo fuori regione, nel comune dove è già stato trasferito: «La psicologa della Asl mi diceva che stavo bene, non prendo farmaci, sono lucida, affranta per la lontananza del mio piccolo ma sto bene, perché – si chiede la donna – mi ritengono depressa?».
Dubbi e domande La coppia che voleva prendere con sé il bambino ha conosciuto la madre (già a richiesta di affido avviata) tramite amicizie comuni e oggi la stessa donna sposerebbe volentieri l’ipotesi di affidamento di suo figlio alla loro famiglia. Dai servizi sociali però, raccontano che in un primo momento la donna, saputo dell’interesse di un nucleo familiare al suo piccolo, si irrigidì, spingendo dunque naturalmente l’équipe affido a valutare altre soluzioni. «Cosa ha fatto cambiare drasticamente idea alla signora?» si chiedono i servizi sociali, mentre dall’altra la domanda è opposta: «Perché per sei lunghi anni i nonni paterni del piccolo non si sono interessati a lui?».
Vie legali Sul banco del giudice anche la relazione del vicesindaco, favorevole all’affido alla famiglia di sua conoscenza, ma il tribunale ha sposato il progetto delineato dai servizi sociali: «Ci mancherebbe – affermano da questi uffici – spetta a noi valutare caso per caso, lo stesso Comune ha delegato a noi il servizio, siamo ai limiti dell’abuso di posizione professionale». E c’è spazio per qualche insinuazione tra gli aspiranti affidatari: «Forse è solo questione di gelosia». Restano, infine, aperte le vie legali. La mamma del bambino ha nominato un avvocato e presentato ricorso contro il decreto del tribunale, ma qualcosa si muove anche dalle parti della zona sociale.
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