Wenfeng Qian, Institute of Genetics and Developmental Biology, Chinese Academy of Sciences

di Maurizio Troccoli

L’origine sarebbe sempre la stessa: il virus Sars Cov2 che dal pipistrello è passato all’uomo. Ma, il progenitore della variante Omicron, è passato dall’uomo a un topo. E’ quanto afferma Wenfeng Qian, ricercatore dell’Institute of genetica and developmental biology della Chinese academy of sciences, il cui studio sta per essere pubblicato sul Journal of genetica and genomics. Il professore Qian risponde a un’intervista di Repubblica che, sottolinea, come in un editoriale della prestigiosa rivista Science veniva fatto notare che Omicron non presenta le caratteristiche di una evoluzione dalle precedenti varianti Alfa e Delta, ma sembra essersi ‘formata’ in maniera parallela e diversa, oltre che ‘di nascosto’. Di nascosto, nel senso che in maniera inosservata. Proviamo a comprendere: tra le tante mutazioni, circa 6 milioni, della proteina Spike, note per essersi evolute nell’uomo, in quanto sequenziate, Omicron è quella che ne presenta di più. Le mutazioni di Spike, sono strettamente legate, alla sua sopravvivenza e quindi alla capacità di adattamento. Un così alto numero di mutazioni presenti nella variante Omicron e non in quelle precedenti Alfa e Delta, per gli studiosi si spiegherebbe con un passaggio negli animali, e quindi come una forma di adattamento alla nuova specie, dopo che ‘i progenitori’ hanno abitato l’uomo.

L’intervista a Repubblica Qian spiega a Repubblica che il così alto numero di mutazioni registrate nei topi, non si ripetono in altri studi compiuti su altre 17 specie animali, come gatti, cani, cervi, visoni ed altri, tantomeno in altre varianti trovate nei pazienti umani con infezione cronica. Inoltre specifiche mutazioni nella proteina Spike, specialmente nella parte che le serve per agganciare la cellula da infettare, migliorano la sua capacità di legarsi ai «recettori Ace2 dei topi». «In particolare due mutazioni note come Q493R e Q498R. Sono mutazioni per nulla comuni nei pazienti umani infettati da varianti non-Omicron del Sars-CoV-2: si sono viste solo nello 0.002% dei casi». Lo studioso aggiunge anche che una simile «selezione darwiniana», documentata nel progenitore di Omicron, non si evidenzia in nessuna delle 6 milioni di varianti sequenziate. Aggiunge un esempio: «Quando i virus evolvono negli umani, nelle mutazioni che si susseguono, si vede un tasso più alto di mutazioni dalla base azotata “guanina” alla base “uracile”, piuttosto che mutazioni dalla base “citosina” alla base “adenina”. E questa caratteristica – tipica dell’evoluzione negli umani – non si vede nelle mutazioni acquisite dal progenitore di Omicron». Qian sottolinea l’importanza di prendere maggiormente in considerazione la sorveglianza virale negli animali, il sequenziamento che registra mutazioni in esse, in modo da poter agire preventivamente calcolando la loro potenzialità di ritornare all’uomo e di infettarlo.

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