di Deborah Cartisano*
Cara Barbara,
In questi giorni ho rivissuto quello che i tuoi familiari stanno vivendo da quando sei scomparsa.
Sono passati esattamente 30 anni da quando mio padre è stato rapito, anni in cui il dolore per la sua scomparsa e la speranza di riabbracciarlo sono state emozioni altalenanti difficili da sostenere, aiutati solo dalla vicinanza di amici, associazioni e da altri familiari delle vittime.
Ogni 22 luglio scrivevamo una lettera in cui chiedevamo la sua liberazione, e col passare degli anni, la restituzione del suo corpo. Quel corpo senza il quale è impossibile l’elaborazione del lutto. Una chiusura.
Dopo 10 anni, inaspettata ma tanto attesa, arriva una lettera dal suo carceriere che, dichiarandosi pentito, ci farà ritrovare i suoi resti a cui poter dare finalmente una degna sepoltura.
Da anni mi impegno affinché le storie delle vittime vengano conosciute soprattutto dai ragazzi e dalle ragazze nelle scuole, perché imparino a comprendere meglio i loro territori e a non subire il fascino della mafia. Alle ragazze diciamo che devono lottare per i loro diritti, sapendo che nelle famiglie di ‘ndrangheta i loro diritti sono negati, a cominciare da quello allo studio.
Oggi sono accanto alla tua famiglia per chiedere verità e giustizia per te, Barbara.
Alla tua famiglia dico che il cambiamento è possibile, anche quanto tutto ci dice il contrario, che a lottare non sono soli ma che c’è una grande comunità di Memoria accanto a loro.
Che la ‘ndrangheta non deve uccidere anche la nostra speranza.
*Deborah Cartisano, Co-referente regionale Libera Calabria
