Una delle tante sagre che ci sono in Umbria

Fatta la legge, in questo caso quella sulle sagre, e trovato l’inganno, tanto che diventano prodotti tipici da valorizzare in alcune sagre dell’Umbria anche le fragole o lo stinco. La denuncia arriva da Confcommercio Umbria che critica la prima fase di applicazione della legge regionale sulle sagre varata mesi fa dopo un lungo confronto fra tutti i soggetti interessati. I primi risultati però secondo i ristoratori sono tutt’altro che confortanti dato che «troppi Comuni non si sono adeguati alla normativa o hanno trovato modalità per aggirarla». Fatto per cui Confcommercio si dice pronta ancora a collaborare ma anche «ad azioni più forti» perché molti operatori sono «fortemente arrabbiati per una situazione che non accenna a cambiare realmente» e si sentono «presi in giro».

Azioni forti Una delle «azioni più forti» potrebbe essere quella dell’impugnazione dei regolamenti che i Comuni, come vuole la legge regionale, sono obbligati ad adottare recepire la disciplina. Una disciplina che introduce la distinzione tra feste popolari e sagre: le sagre hanno come finalità la valorizzazione del territorio mediante l’utilizzo e la somministrazione di prodotti enogastronomici che ne siano espressione; le feste invece hanno finalità culturali, storiche, politiche, religiose, sportive e di volontariato, non possono contenere nella denominazione riferimenti espliciti, diretti o indiretti, a prodotti alimentari («e questo – sottolinea Confcommercio – ne può diminuire il richiamo), e hanno spazi per la somministrazione più limitati.

COSA PREVEDE LA LEGGE REGIONALE

Il grimaldello Ai municipi poi, che devono approvare il calendario delle sagre, è lasciata anche la facoltà di individuare quali sono i prodotti tipici da valorizzare ed è questo il grimaldello attraverso usato per aggirare la legge. «Tanti Comuni – denunciano i ristoratori – hanno infatti usato l’escamotage di ampliare a dismisura, rispetto a quello definito dalla Regione, l’elenco dei prodotti tipici locali e delle preparazioni e lavorazioni caratterizzanti che possono essere preparati e somministrati per continuare a definirsi sagra. Un ampliamento così a maglie larghe e generico da far ragionevolmente sospettare che l’elenco stesso sia costruito semplicemente sulla base di una ricognizione delle sagre esistenti nel proprio territorio al solo fine di legittimarle tout court».

Prodotti tipici? E così c’è anche chi ha ampliato l’elenco con una delibera e non con il regolamento previsto. Fatto sta che tra i prodotti tipici «che è arduo considerare tali», spuntano l’insalata verde, lo stinco, le verdure grigliate, oppure la fragola, o la macedonia, tanto per fare alcuni esempi. «Si continuano insomma a chiamare sagre – osserva Confcommercio – manifestazioni che, non avendo requisiti di tipicità, dovrebbero essere denominate feste», ma in questo modo «si vanifica lo sforzo fatto tutti insieme». Di fronte a questo stato di cose perciò l’associazione sollecita di nuovo le amministrazioni locali affinché si rispetti ciò che prevede la legge, dalla tipicità dei prodotti fino ai controlli.

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