Prosegue con la storia di Sara la serie di articoli che Umbria24 dedica ai racconti dei giovani umbri alle prese con un mercato del lavoro dove non mancano casi di sfruttamento, paghe da fame, mancate tutele e così via. Per raccontare la vostra esperienza contattateci attraverso i canali social di Umbria24 oppure mandate una mail a redazione@umbria24.it o umbria24tr@gmail.com

di Ilaria Alleva

Ci scrive Sara, una giovane di poco più di 20 anni il cui sogno è sempre stato quello di fare la videomaker. Tuttavia, la sua prima esperienza, in una piccola azienda umbra del settore delle comunicazioni, si è rivelata disastrosa.

Il lavoro «Sono venuta a conoscenza di questa opportunità grazie a un’amica che lavorava nel reparto giornalistico e che aveva saputo che in questa azienda servivano tecnici» racconta Sara, aggiungendo di essersi presentata di persona per un colloquio pochi giorni dopo aver ricevuto questa informazione, aiutata dal fatto che il titolare era una vecchia conoscenza della sua famiglia. «Durante il colloquio mi è stato detto che avrei dovuto fare una prova di tre settimane, non retribuita. Ho accettato e iniziato subito, ma l’ambiente si è rivelato ostile dai primi giorni: ero l’unica ragazza nel reparto tecnico, avevo due colleghi, un apprendista e un tutor che però non ha mai avuto simpatia per me, anzi». Sara però è determinata e volitiva, e non si lascia intimidire dalle condizioni avverse.

Il contratto Dopo le tre settimane di prova ottiene un contratto di apprendistato part-time che prevedeva sei ore di lavoro giornaliere dal lunedì al venerdì, a fronte di 800 euro mensili. «Tuttavia, subito dopo aver firmato il contratto, uno dei dirigenti mi ha comunicato che quell’orario non sarebbe stato rispettato e che avrei dovuto lavorare di più a causa della carenza di personale. Mi è stato detto che sarebbe stata una situazione temporanea, ma purtroppo non è stato così». Sara racconta a Umbria24 di come abbia iniziato il lavoro piena di entusiasmo e di positività e di come giorno dopo giorno la sua salute, fisica e mentale, sia stata compromessa da un lavoro che sulla carta avrebbe dovuto amare. «Mi sono presta resa conto che gli orari erano insostenibili: lavoravo sette giorni su sette, spesso senza riposo, con turni che arrivavano a durare anche 12 o 13 ore al giorno. Ogni volta che provavo a fare una breve pausa magari per pranzare o fumare una sigaretta venivo subito ripresa e accusata di perdere tempo».

L’ambiente Sara parla di un clima lavorativo tossico, dove lo scarica barile sul comparto tecnico era una delle attività preferite dei dirigenti. «Eravamo continuamente denigrati e accusati di qualsiasi problema, anche quando non era nostra responsabilità. Molti colleghi si licenziavano o venivano allontanati perché non riuscivano a reggere questi ritmi assurdi. Personalmente sono arrivata a lavorare dalla mattina presto fino a mezzanotte, rinunciando completamente alla mia vita privata e sociale. Un episodio particolarmente difficile è stato quello legato al mio tutor» spiega la giovane «Durante i turni beveva alcolici, anche abusandone, e io ero costretta a lavorare con lui senza che nessuno intervenisse. Inoltre non ho mai ricevuto una vera formazione, ho dovuto imparare tutto da sola, sbagliando e correggendomi sul campo».

I riposi Dopo un anno e mezzo in queste condizioni Sarà ha iniziato a notare come la sua vita lavorativa stesse avendo pessime ripercussioni sul suo fisico e sulla sua psiche. «Mi sono ammalata di ansia e di stress, al punto di sviluppare anche acne da tensione. Nonostante lavorassi il doppio delle ore previste, il mio stipendio rimaneva di soli 800 euro al mese, senza alcun riconoscimento economico per le ore extra. Alla fine, dopo vari episodi di mobbing e continue pressioni, ho deciso di ribellarmi. Ho chiesto tre giorni di riposo per motivi personali, ma al mio ritorno ho ricevuto una lettere di richiamo».

La goccia Questa situazione ha profondamente ferito e deluso Sara, considerato tutto quello che aveva sacrificato per l’azienda e tutto ciò che aveva subito: insulti, minacce, mobbing pesante, battute spregevoli e sessiste da parte di colleghi uomini, anche adulti. «Dopo aver sopportato tutto questo ho deciso di iniziare a rispettare il contratto part-time che avevo firmato un anno e mezzo prima, lavorando solamente le ore previste. Così il lunedì ho lavorato per le sei ore stabilite e me ne sono andata. Subito dopo essere uscita sono stata richiamata al telefono e convocata in amministrazione dal mio capo che ha cercato di farmi cambiare atteggiamento con un vero e proprio lavaggio del cervello: mi ha detto che comportandomi in quel modo mi sarei guadagnata il licenziamento perché, secondo lui, non potevo lavorare solo le sei ore». Sara però non ci sta e risponde con fermezza che sta semplicemente rispettando il contratto che il suo stesso capo le aveva fatto firmare. «Sai cosa ha risposto? Che quella era casa sua e che comandava lui e, se non mi stava bene, quella era la porta, come se fossi un oggetto di cui disporre, una specie di schiava.  ‘Se ti dico di lavorare tutto il giorno, lavori tutto il giorno’. Io ho risposto chiaramente che avrebbe dovuto cacciarmi perché io non mi muovevo di un passo».

Il sindacato Così Sara per tutta la settimana seguente continua a fare le sue sei ore e a essere puntualmente chiamata in amministrazione per essere minacciata di varie ritorsioni. Più lei si opponeva, più i colleghi la evitavano come un’appestata e addirittura le facevano i dispetti: «Mi spostavano gli strumenti di lavoro, mi assegnavano compiti difficili, oppure mi escludevano del tutto. Con il passare del tempo sono stata completamente isolata, nessuno mi parlava più. A quel punto ho deciso di coinvolgere il sindacato per proteggermi. Ho parlato con un rappresentante che è venuto in azienda e mi ha affiancata confermando che avevo ragione al 100%».

Il licenziamento Tuttavia, dopo questo episodio la situazione è precipitata velocemente: il direttore generale e l’editore si sono arrabbiati ancora di più, dicendo apertamente che non gli importava nulla della presenza del sindacato e che comunque avrebbero mandato via Sara. «Secondo loro il problema era che io mi stavo ribellando. Poco dopo ho ricevuto una lettera di licenziamento con la motivazione che l’azienda era in crisi economica. Ovviamente era una scusa: poco tempo dopo il mio licenziamento ho scoperto che erano state assunte altre persone, ma non con il nome dell’azienda ufficiale. Li facevano lavorare sotto il nome di un’altra azienda, ma svolgevano le stesse mansioni che svolgevo io nella stessa sede». Sara ci tiene a sottolineare che l’azienda in questione ha numerose segnalazioni, eppure sembra che non bastino per un intervento deciso dell’ispettorato del lavoro. 

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