Prosegue con la storia di Isabella la serie di articoli che Umbria24 dedica ai racconti dei giovani umbri alle prese con un mercato del lavoro dove non mancano casi di sfruttamento, paghe da fame, mancate tutele e così via. Per raccontare la vostra esperienza contattateci attraverso i canali social di Umbria24 oppure mandate una mail a redazione@umbria24.it o umbria24tr@gmail.com
di Ilaria Alleva
Isabella ha da poco preso il diploma quando trova lavoro in una cooperativa: un’amica di famiglia le ha detto che cercano una educatrice per la scuola dell’infanzia, e sapendo quanto a lei piacciano i bambini le propone il posto. Isabella accetta piena di entusiasmo, ma ben presto le sue aspettative vengono tradite.
Il viaggio e lo stipendio Più di mezz’ora di macchina ogni mattina, altrettanto per tornare. Cinque giorni su sei, a volte anche di pomeriggio. Alla fine del mese, 800 euro scarsi, di cui una buona parte se ne andava per il carburante. «Sembrava una cosa seria, un progetto sicuro con la promessa di avere presto un indeterminato». Il lavoro in sé era quello che Isabella sognava, anche se ovviamente non godeva degli stessi diritti che avrebbe avuto in un istituto statale. Soprattutto, i pagamenti erano fin troppo dilazionati.
Pagamenti Il denaro per pagare stipendi e spese arrivava da enti statali – o almeno così le dicevano – ma i conti non tornavano mai. «Ogni due mesi la cooperativa riceveva i soldi per coprire tutto: stipendi, bollette, supermercati. Ma invece di pagarci due mensilità, ne pagavano solo una. Eppure l’affitto dei locali da pagare era quello di due mesi interi. Così si sono accumulati ritardi su ritardi». Dove finisse la seconda mensilità, nessuno lo sapeva. O forse nessuno voleva saperlo. «A noi arrivava la metà di quello che ci spettava. Se poi i soldi li usavano per altro, chi lo sa».
L’indeterminato Dopo qualche mese arriva il tanto agognato contratto a tempo indeterminato, ma con una sorpresa: Isabella non è più assunta come educatrice, ma come cuoca, senza alcuna esperienza in cucina. «La cuoca di prima, di punto in bianco se n’è andata e non avevano nessun altro che potesse sopperire alle necessità della mensa». Così Isabella si è ritrovata tra fornelli e pentoloni invece che con i bambini. Ma ormai aveva accettato, sperando, invano, che prima o poi le cose si sistemassero.
Mancati pagamenti Alla fine, Isabella lavorava con la certezza di non essere pagata come avrebbe dovuto, e senza nemmeno la possibilità di chiedere nulla, perché le risposte erano sempre le stesse: «Ci dicevano ‘i soldi arriveranno, stiamo aspettando’, ‘pazientate ancora un po’’». Poi è arrivato il Covid e la cooperativa, già in cattive acque, è definitivamente naufragata. «Mi devono ancora mille euro, da più di due anni, ma tanto ho capito che quei soldi non li prenderò mai più» conclude amara. Isabella è solo l’ennesima vittima di un sistema che sfrutta chi ha bisogno di lavorare, giocando sulla disperazione e sulla burocrazia. Per gli under 35, in Umbria, nemmeno i contratti a tempo indeterminato sono più sicuri.
