di Martina Dominici e Elle Biscarini

È un orizzonte a tinte fosche quello sull’occupazione giovanile. Se da un lato per la popolazione 15-34 anni l’Istat indica una crescita del tasso, con la migliore performance degli ultimi cinque anni, un altro dato smorza gli entusiasmi. È quello relativo alla diminuzione delle ore lavorate. Avere più occupazione e meno ore lavorate significa lavoro povero. Lavoricchiare un po’ tutti anche se per poco, non è lo scenario ideale, essendo tipico di paesi non propriamente sviluppati. Si potrebbe obiettare che aumentano i contratti a tempo indeterminato: è vero. Ma soprattutto nella fascia intorno all’età di pensionamento. L’ha spiegato a più riprese l’ex ministro e segretario Pierluigi Bersani in numerosi suoi interventi. Incidono cioè in misura maggiore quei lavoratori che rinviano la pensione. Ciò premesso vediamo cosa dicono i numeri presi singolarmente.

Il dato umbro non solo conferma quello nazionale, ma lo supera con un +1,5 per cento rispetto al 2022 secondo l’Agenzia Umbria ricerche.

A livello nazionale nel 2019 l’occupazione giovanile ha registrato il 45,8 per cento, mentre nel 2023 il traguardo è segnato al 46,4 per cento. In Umbria il dato supera la media nazionale, registrando nella fascia young oltre 75mila occupati. Quella che potrebbe sembrare una congiuntura positiva, non riesce comunque a frenare l’emorragia migratoria dei giovani dal cuore verde d’Italia.

Nel decennio tra il 2013 e il 2022 sono espatriati oltre 10.000 giovani con un’età compresa tra gli 0 e i 39 anni. Tra questi, a rientrare tra le fila dei casi di cosiddetta “fuga di cervelli” sono oltre 2.500 laureati. D’altro canto, i rimpatri della stessa fascia di età sono stati circa 3.700, di cui solo poco più di 800 laureati, attestando una differenza negativa tra rimpatri ed espatri di giovani altamente scolarizzati. La perdita complessiva per l’intero periodo è di oltre 6.000 giovani, di cui più di 1.700 laureati.

GIOVANI E LAVORO – LE INTERVISTE DI UMBRIA24

Dalle voci di Valentina, Lisa, Riccardo e Nicola emerge un forte potere attrattivo dell’Umbria grazie alla qualità della vita che la regione offre. Una vita tranquilla, immersa nel verde, lontana dalle frenesie delle grandi città e con costi ridotti e sostenibili.
Valentina, perugina nata e cresciuta, dopo la laurea in Psicologia decide di rimanere in Umbria, perchè «mi piace la mia città e credo che abbia delle buone potenzialità». Tuttavia, per Valentina trovare il primo lavoro legato ai suoi studi non è stato semplice: due anni di lavoretti per mantenersi, poi, finalmente, riesce ad aprire il suo studio di psicologa e si mette in proprio. Altre opzioni, dice, non ce ne sono.

Ad allontanare i giovani dall’Umbria, invece, le minori possibilità lavorative rispetto a quelle offerte dalle grandi metropoli, anche estere. Nicola, fuorisede venuto in Umbria proprio per studiare, da ingegnere ha trovato lavoro subito grazie al tirocinio in azienda e così è riuscito a rimanere. Tuttavia, ci dice, «se volessi guadagnare di più, dovrei andare altrove perché qui ok che si sta bene e la vita costa poco, ma i salari sono bassini e le opportunità di lavorare per grosse aziende scarseggiano. Dopodiché, io ho studiato ingegneria e questo mi ha permesso di trovare subito lavoro, ma per chi si laurea in materie umanistiche la situazione è certamente diversa». Non solo, a spingere i ragazzi lontano dal cuore verde d’Italia è anche la burocrazia. È questo il caso di Lisa, anche lei perugina, specializzanda in pediatria a Berlino, costretta ad andarsene per un rinvio di nove mesi del concorso di specializzazione.

La volontà di un rientro in Umbria c’è, lo racconta Lisa, ma anche Riccardo, fuorisede, arrivato a Perugia per frequentare l’università, si è ritrovato a fare il project manager ad Amsterdam, grazie ad un’opportunità Erasmus, che si è trasformata in un’offerta di lavoro. «L’Umbria ci manca e torneremmo volentieri – dicono entrambi – tuttavia, mancano le condizioni per tornare. Ora non se ne parla».