Laura Santi con il marito Stefano

di Dan.Bo.

Laura Santi, giornalista perugina di 50 anni affetta da sclerosi multipla in forma avanzata, è morta lunedì sera nella sua casa nel capoluogo umbro dopo essersi auto-somministrata un farmaco letale, con il consenso previsto per il suicidio medicalmente assistito. Il decesso è avvenuto alla presenza del marito Stefano Massoli. Si tratta del primo caso di suicidio assistito autorizzato e compiuto in Umbria. Mercoledì alle 17.30 è in programma un commiato pubblico nella casa funeraria Ifa Passeri di San Sisto, a Perugia.

I TANTI MESSAGGI DI CORDOGLIO

Una lunga battaglia La notizia è stata diffusa dall’associazione Luca Coscioni, della quale Santi era attivista. Da tempo, insieme al marito, aveva intrapreso una battaglia per accedere al suicidio medicalmente assistito, previsto dalla sentenza 242 della Corte costituzionale del 2019, ma ancora ostacolato da ritardi burocratici e ostacoli nei procedimenti sanitari. «Dopo anni di progressione di malattia e dopo l’ultimo anno di peggioramento feroce delle sue condizioni – scrive il marito – le sue sofferenze erano diventate per lei intollerabili». Dopo aver ottenuto l’autorizzazione necessaria, Laura Santi ha scelto di morire nella sua casa, in modo lucido e consapevole.

L’ULTIMO SALUTO DI LAURA: «NON STANCATEVI MAI DI COMBATTERE»

Coscioni L’associazione Luca Coscioni ha diffuso una nota in cui ricorda il suo impegno per il diritto all’autodeterminazione: «Laura Santi ha scelto di essere libera. Il nostro pensiero va a suo marito Stefano e a tutte le persone che le hanno voluto bene». Nella stessa nota, è stata riportata una lettera scritta da Santi ai membri del Consiglio dell’associazione: «State tranquilli per me, io mi porto di là i sorrisi. Ma vi prego: ricordatemi. E nel ricordarmi non stancatevi mai di combattere. Non rassegnatevi mai. Anche quando le battaglie sembrano veramente invincibili».

Determinazione Laura Santi era nota nell’ambiente giornalistico umbro e stimata per la sua determinazione anche durante gli anni della malattia. Al suo fianco fino all’ultimo, il marito Stefano Massoli, anch’egli professionista della comunicazione, che ha condiviso con lei la battaglia per l’affermazione del diritto a scegliere come e quando porre fine alla propria vita.

Serena Proprio Stefano ha accolto nel pomeriggio di martedì le tantissime persone arrivate alla casa funeraria di San Sisto per un saluto. Massoli ha ricordato che negli ultimi Laura non ha voluto più avere rapporti con gli amici, per evitare anche possibili condizionamento: «Io – ha detto – ho cercato di essere neutro e non condizionante fino alla fine. Sono uscito al momento dell’autoinfusione e sono rientrato dopo: era serena prima e dopo». Massoli ha parlato di «una scelta che reputo giusta, benché molto pesante». 

Mai più ostaggi «Finalmente – ha aggiunto – Laura è riuscita a smettere di soffrire. Ha combattuto tanto e per tutti noi e questo deve essere un monito per continuare a portare avanti le sue battaglie. In uno Stato come il nostro, dove la maggiornaza è religiosa, si continua a osteggiare la liberta di scegliere: è una cosa indecente e da criminali. Rispetto molto il pensiero di chi è cattolico, ma io non posso essere ostaggio di questa mentalità. Quando uno inizia a subire una vita senza senso e senza dignità, lasciateci liberi». 

Le battaglie Tra le battaglie da portare avanti, «anche in sua memoria», c’è la raccolta di firme per chiedere una legge regionale sul modello di quella della Toscana. «La porteremo avanti – ha detto Massoli – per far capire a tutta la politica quanto è lontana dal volere dai cittadini; le persone non vogliono quello che decidono loro, ci ascoltino e ragionino con la propria testa e il proprio cuore, non con quello che il partito gli dice di fare». 

Maffeis Parlando con l’Ansa il vescovo di Perugia Ivan Maffeis, che è stato vicino a Santi, ha sostenuto che questo «è il giorno del silenzio, abitato dal dolore per lo spreco che la morte porta con sé e dalla riconoscenza per il tratto di strada condiviso». Raccontando la visita fatta a Santi nell’agosto di un anno fa, il vescovo ha ricordato che la giornalista le disse di essere «atea, sbattezzata, membro dirigente dell’associazione Luca Coscioni e mi piace De André. Comunque va bene, vediamoci». «Abbiamo parlato – aveva spiegato la giornalista – della mia vita, delle mie sofferenze, delle mie battaglie. Ha soprattutto ascoltato. Non ha fatto riferimenti alla Chiesa, al Vaticano, a Dio. “Chi sta fuori da queste sofferenze, mi ha risposto, deve inchinarsi a voi. Noi non dobbiamo mettere bocca su cosa fate, come vivete, come non vivete. Io non posso stare dentro i vostri vestiti o dentro le vostre scarpe. Io non posso nemmeno immaginare quello che prova lei”».

L’Usl A parlare è anche l’Usl Umbria 1, tra gli attori del lunghissimo calvario burocratico-giudiziario di Laura. In una nota l’azienda sanitaria esprime «profonda tristezza» e cordoglio: «Oggi è un giorno triste, che segna l’epilogo di una vicenda umana complessa e dolorosa» scrive l’Usl, aggiungendo di aver «operato con il massimo scrupolo» nonché «all’interno del quadro tracciato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale e nel pieno rispetto del difficile bilanciamento tra la tutela della vita e il diritto all’autodeterminazione terapeutica della persona». Un operato «unicamente guidato dall’osservanza della legalità  – conclude la nota – nel massimo rispetto umano per la dignità della persona, al termine di un percorso di malattia e anche giudiziario intrapreso da circa tre anni che ha definito con chiarezza gli obblighi idi legge in capo al servizio sanitario pubblico». 

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