Si trovano alle strette le operatrici del centro antiviolenza ‘Catia Doriana Bellini’ di Perugia, la mancanza di fondi e i ritardi accumulati hanno creato una situazione «in breve tempo non più sostenibile». È l’associazione Libera…mente donna a manifestare il disagio delle lavoratrici e non solo, che da questo agosto si sono trovate costrette a ridurre drasticamente i servizi e bloccare l’ospitalità nella struttura. Le associate premono sulle amministrazioni per trovare, quanto prima, una soluzione che permetta di continuare a garantire questo servizio essenziale.

Carenze croniche «Riteniamo che la sopravvivenza dei centri antiviolenza non possa fondarsi soltanto sul senso di responsabilità e sul sacrificio delle donne che operano nelle associazioni», esordiscono così da Libera…mente, ricordando la situazione delle lavoratrici senza stipendio da otto mesi. Dall’apertura del centro Bellini nel marzo 2014 le problematiche legate all’erogazione dei fondi sono diventate, per l’associazione, «cronicizzate». La carenza di finanziamenti ha, infatti, portato la direzione dell’istituto a minacciare la chiusura già in passato. Ai tempi la giunta regionale intervenne attraverso un nuovo regolamento, «crediamo con la lodevole intenzione di razionalizzare e formalizzare requisiti e garantire un’elevata qualità dei servizi», prosegue l’associazione, causando però di fatto l’effetto di «mandare in stallo totale il settore mettendo nuovamente a rischio la sopravvivenza dei centri». In seguito alla firma del regolamento, nella primavera dello scorso anno, soltanto due dei centri presenti in tutta l’Umbria hanno ricevuto formale autorizzazione alla gestione dei servizi a luglio 2022.

In attesa di risposte La mancanza di «un’adeguata semplificazione degli aspetti burocratici» minaccerebbe, quindi, non solo la continuità dei servizi, ma anche la sopravvivenza dei centri stessi. L’erogazione delle risorse annuali destinate agli istituti, seppur presenti, risultano ferme «a causa di un sistema burocratico farraginoso che sta determinando il blocco della rete antiviolenza». L’associazione Libera…mente donna lamenta di aver già ampiamente esposto le criticità emerse in merito ai nuovi requisiti richiesti. In particolare fanno sapere che «le nuove direttive non tengono sufficientemente conto delle caratteristiche specifiche dei centri, del contesto pregresso in cui sono nati e della instabilità economica continua subita negli anni, né delle tempistiche realisticamente necessarie per i complessi adempimenti richiesti». A tali richieste non è ancora arrivata una risposta concreta da parte delle istituzioni Regionali che permetta di trovare una soluzione efficiente in grado di tenere in vita il centro Bellini e molti altri.

La provincia a rischio Le limitazioni e gli impedimenti finanziari hanno portato le operatrici, a partire dal 4 agosto 2022, ad una drastica riduzione dell’attività, che tuttavia potrebbe non bastare e costringere il centro allo stop definitivo. Non solo non è più possibile ricevere accoglienza presso il centro, ma anche i servizi di consulenza e supporto hanno subito una riduzione. La Provincia di Perugia, in questo momento, può contare su un centro antiviolenza residenziale e casa rifugio, che «non sono in grado di ospitare nuovi nuclei, con risorse ridotte e inadeguate per rispondere alle richieste di nuovi percorsi in accoglienza e ospitalità e per garantire la continuità di quelli già attivi». Dal 2022, presso il Bellini, sono attivi 122 nuovi percorsi e sono stati ospitati quattordici donne e venti minori in emergenza. Il perugino sempre da agosto, inoltre, è sprovvisto del servizio di un pronta emergenza riservato a situazioni ad alto rischio. Questa mancanza comporta l’intervento di altri servizi di PE situati fuori provincia e di servizi non specializzati, creando una congestione in determinate aree del territorio. Da agosto l’associazione ha calcolato una riduzione di circa il 40 per cento sul totale dei servizi erogati.

L’appello «Riteniamo che la sopravvivenza dei centri destinati alla protezione delle donne e dei loro figli e figlie non sia e non possa essere ridotta ad aspetti di natura meramente burocratica – conclude l’associazione – ci auguriamo e crediamo fermamente che garantire continuità e qualità alle attività svolte dai centri non sia una mera formalità, ma parta dal riconoscimento, anche istituzionale e della comunità tutta, dell’importanza del valore dell’incolumità, delle risorse e del lavoro di tutte le donne».

La mappa dei centri antiviolenza in Umbria: contatti e servizi offerti

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