di Ivano Porfiri
«Io parlo di diritti, ma ogni mattina mi sveglio sapendo che sarò sotto attacco, è così da quando sono ministro». Si è sfogata così la ministra dell’Integrazione, Cecile Kyenge, intervenendo alla ‘Giornata per la memoria e contro le schiavitù’ davanti a una platea con 20 ambasciatori africani all’Universita’ per stranieri di Perugia.
Sotto attacco «Attacchi – ha aggiunto la ministra – sui media, su internet, ma sicuramente questi attacchi non mi fermeranno e metterò in campo tutti gli strumenti per lavorare all’integrazione. Insieme faremo la forza, da sola non andrò molto lontano». A questa frase dalla platea sono partiti scroscianti applausi. E’ rimasto deluso, invece, chi si aspettava contestazioni. Fuori dalla Stranieri solo una delegazione leghista, con il capogruppo in Regione, Gianluca Cirignoni, che ha fatto pervenire alla Kyenge il rapporto sulla criminalità in Umbria.
Superare i Cie E proprio su un tema molto caldo in Umbria, come quello dei Cie, la ministra ha detto una cosa chiara. «In questo momento – ha spiegato – stiamo facendo un percorso di revisione di quelli che sono gli strumenti ma anche le norme per gestire l’immigrazione e quindi sui Centri di identificazione ed espulsione c’è tutto un ragionamento in atto. A breve – ha sottolineato – dal tavolo di lavoro del mio ministero, insieme al ministero degli Interni, sicuramente cercheremo di far arrivare nuove norme per riuscire a capire che gestire l’immigrazione vuol dire guardare non soltanto la lotta contro l’immigrazione clandestina, ma vuol dire guardare anche il 90 per cento dell’immigrazione, che è immigrazione altamente qualificata». Kyenge ha rimarcato come «ci sono persone che vengono a lavorare come le collaboratrici domestiche, badanti, ci sono studenti, imprenditori».
No immigrazione=criminalità A che le faceva notare che molti crimini sono compiuti da immigrati, la ministra ha riposto che «non bisogna confondere l’immigrazione con la delinquenza e la criminalità ed è proprio per questo che bisogna guardare a un altro approccio. Per tanto tempo si e’ fatta molta confusione cercando di globalizzare le paure delle persone, cercando di lavorare su quelle paure. Noi avevamo e abbiamo un altro compito come istituzioni, quello di gestire meglio e accompagnare le paure delle persone, cioe’ informandole correttamente sul fenomeno migratorio, quello di parlare di politiche di accoglienza e legalità. Legalità – secondo Kyenge – vuol dire cercare di dare a una persona anche la possibilità di uscire dall’invisibilità, da una situazione di debolezza e cercare di rafforzare i suoi diritti. Il crimine – ha sottolineato – non ha colore ed è chiaro che se ci sono delinquenti, se ci sono crimini commessi, le leggi esistono già e devono essere applicate indipendentemente dal colore della pelle».
Combattere il razzismo Sul tema del razzismo: «Io ho sempre detto e continuo a ripetere che l’Italia non è razzista – ha risposto Kyenge – ma ci sono episodi di razzismo che non devono essere ignorati a cui bisogna dare risposta. Siamo partiti con un piano triennale contro il razzismo, un piano istituzionale che da un lato rafforza le leggi contro il razzismo, e dall’altra parte un percorso culturale che non richiede giorni o mesi, ma può richiedere anche anni».
Nuove schiavitù E sulle nuove schiavitù, tema del convegno, «c’è ancora molto lavoro da fare. Si tratta anche di partire da un approccio che e’ basato sul rispetto dei diritti umani, che quindi ponga la persona al centro di ogni politica. Io credo che questo ci possa guidare verso una strada che dia dignità ad ogni persona».
Minori non accompagnati Infine, il tema dei minori non accompagnati. «In questo momento – ha detto – in quanto istituzioni, stiamo cercando il modo di poter aumentare i luoghi dove poter accogliere i minori non accompagnati. Ma credo che il discorso dei minori non accompagnati vada oltre le frontiere». Secondo Kyenge è necessario «collaborare con i paesi dei migranti per cercare di garantire a ogni persona un percorso di democrazia e di pace. Molti bambini arrivano anche in cerca di un futuro per poter aiutare le famiglie rimaste nei paesi di origine e quindi – ha concluso il ministro – il problema riguarda le politiche nazionali ma anche una politica internazionale».
