La consegna ai bambini siriani nei campi profughi

Sono arrivati fino a a Kilis per consegnare i panni e il latte raccolti a Perugia e destinati ai piccoli profughi siriani. L’associazione Fidem ha portato a termine la missione di recapitare gli aiuti umanitari per i civili ospiti dei campi profughi di Farouk, Hacq, Karameh, Mustakbal, nell’ambito del progetto “Nati Nudi, Storia di una tutina e di una mamma che le insegnò a volare”.

Prossimo step Le prima missione, dunque, si è conclusa. «Il primo mattone è stato posto – spiegano -. Ma non finisce qui. Inizia il secondo step del progetto: dobbiamo lanciare la seconda fase della raccolta Nati Nudi e dare seguito al primo seme gettato in campo siriano. Il prossimo 21 marzo 2014 si celebrerà la Giornata del Mediterraneo: non può passare inosservata. Deve essere anzi l’occasione per rinnovare il nostro impegno. Si tratta di un appello che la Provincia di Perugia ha già raccolto, sostenendo “Nati Nudi”. Il Cantiere Mediterraneo lavora a pieno ritmo».

Il racconto della consegna Quello che segue è il racconto dei giorni che Fidem ha trascorso a cavallo tra Antakya, città del sud della Turchia a ridosso del confine siriano, e la guerra:

Questo non è un viaggio come un altro, né un 3 dicembre come un altro. Oggi divento ponte tra due sponde che racchiudono il mio sogno e le contraddizioni che delineano una Regione talmente bella da meritare le attenzioni dei tanti signori della terra, al pari dei tanti signori dei suoi cieli. In un’ora e mezza giungerò dove comincia il viaggio vero: la missione Nati Nudi di FIDEM. Spero che il bagaglio che ho imbarcato arrivi in tempo: mi fermo pochi giorni e il mio obiettivo è consegnarli di persona i 25 kg di abitini dei vostri figli che mi avete donato per i fratellini siriani.

Dopo il passaggio a Istanbul, sbarco all’aeroporto di Hatai rapidamente, ma devo attendere che lo zaino, e insieme a lui il sollievo, si rifaccia vivo. Metto sulle spalle i miei kg di motivazione e individuo il cartello “MANUELA” scritto in un bel corsivo, che tiene in mano Faharid. Mi accompagnerà fino all’Oasi Francescana di Sister Barbara. la religiosa che gestisce la Kallasgh’s House. Nelle mail e negli sms dei giorni precedenti ho spiegato a Sister Barbara il cuore del progetto. “Mi piace quello che sei venuta a fare, ma anche cose belle possono essere pericolose”, mi dice.

Mi conferma che Alaa, attivista siriano, non è più tornato da Aleppo, ma che ciò non significa necessariamente che sia morto. Oltre a lui non è più lì neanche Monica, l’altra volontaria polacca che avrei dovuto incontrare. Avrebbero dovuto aiutarmi a consegnare i panni e il latte agli attivisti siriani che li smistano ai campi profughi informali a ridosso del confine, quelli di Farouk, Hacq, Karameh, Mustakbal.

Sister Barbara telefona a Luis, un cooperante spagnolo. Luis è schietto. Non ci mette molto a dire che ci sono dei rischi annessi alla missione: entrare in Siria in questo momento è impossibile per chiunque non sia siriano: “se sei italiano ti rapiscono sicuro, e forse ti ammazzano”. Luis ha lavorato fino a 6 mesi prima presso una specie di mensa gestita da tre siriani che, poco dopo che lui era andato via, “sono stati scannati, tagliare la cola no, non dite così?!”.

Luis mi chiede dettagli per suggerirmi chi tra i suoi contatti può essere idoneo. Dice nomi, spiega situazioni, chiede del progetto e alla fine dice “se parli francese puoi parlare con Marc, che ha troppi contatti per non poterti aiutare e fa progetti come il tuo. Lui ti aiuta sicuro, e forse ti fa passare il confine: ma tu, italiana, sei più in pericolo di me, spagnolo, e lui, francese, è giusto che lo sai”.

Le 20 sono passate e Marc non s’è fatto vivo. Non ho il tempo di cenare, mentre mi accordo con Andrea per gli ultimi dettagli del viaggio a Kilis. Bussano alla porta. “Sei Alaa?” – chiedo, sperando che sia riuscito a raggiungermi come aveva detto al mio collega in Italia via mail. “No, Marc”. Marc ha la stanchezza di chi da troppi mesi vive la guerra e non reagisco male. “I siriani dall’altra parte del confine hanno più bisogno, sono la priorità”.

Anche se a mio dire non c’è reale differenza a distanza di 10 km, il fatto che sia in grado di aiutarmi con il latte me lo rende affidabile e addentro alla faccenda più degli altri. Andremo di volata ad incontrare Salim, un suo amico, un collega dell’associazione siriana partner di quella francese diretta da Marc. Non è solo un supermercato che vende il latte in polvere, gestito da un siriano, ma è anche la sede di un organizzazione che supporta i rifugiati civili. Nell’ufficio dove mi portano, mi accoglie un signore in giacca che si esprime in arabo. A parte le battute legate alla mia occidentalità, mi si chiede poco chi sono e cosa faccio. Quando domando a Marc di tradurre a Salim (che parla anche turco, come Marc) cosa dico, per tradurlo in arabo all’uomo in giacca, mi sento rispondere che non è importante che cosa si vuole fare, ma cosa si fa.

Io, Marc e Salim saliamo su un bus. Va alla frontiera. Kilis. Mi portano a vedere da vicino cosa c’è a pochi km perché ho detto loro che volevo avvicinarmi al confine e vedere con i miei occhi cosa comportasse per noi che immaginavamo di poterlo superare nei prossimi mesi. La Siria che cercavo non si ferma ai confini geografici; i campi allestiti a metà tra terre limitrofe oltrepassano la sovranità nazionale e si stagliano in una Regione intera turbata da fame, freddo, paura e desolazione. Sono i campi informali, mi spiegano, i cui numeri sono comparabili a quelli delle tende ufficiali gestite dalle organizzazioni internazionali. Anche questo un altro bollettino di guerra. Non possiamo avvicinarci più di tanto, la polizia turca fa i controlli e io non ho il pass: c’è troppo poco tempo e inoltre sta tramontando e mi dicono che non è prudente restare. 

Rientriamo che ho negli occhi le dimensioni di una tragedia enorme. Non ho più sulle spalle i panni, lasciati nel frattempo in un garage, sede dell’Ong di Marc, affinché siano consegnati. Ho conosciuto e stretto la mano all’uomo che li porterà sulle sue di spalle, in moto. Quando gli chiedo di scattare delle foto durante la consegna, così da mostrare ai sostenitori del nostro progetto che i loro aiuti sono davvero arrivati dove ce n’era bisogno mi vergogno, e mi scuso. As’ad sorride e dice che non c’è problema, che “è giusto dare le prove del bene”: ed io penso a com’è incredibile che qualcuno che si trova nel fondo del pozzo della brutalità umana sappia ancora dire la parola “bene” sorridendo, e consegnandomi una qualche strana fiducia nell’umanità.

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