di Maurizio Troccoli
C’è chi non ha avuto paura di usare il temine «Ecomafie» come Giuseppe Giampaoli, direttore del Cosmari di Macerata, il consorzio per il trattamento dei rifiuti, a proposito dei ripetuti incendi agli impianti.
L’inchiesta Il Fattoquotidiano.it, in una inchiesta, pubblica le tappe degli incendi appiccati agli impianti di smaltimento dei rifiuti in tutta Italia e ne conta 18 in 75 giorni, tra cui quello alla Gesenu di Perugia. Sul rogo perugino va comunque sottolineato che l’ipotesi emersa finora è che si stato generato dal surriscadamento di un nastro trasportatore, quindi da una causa accidentale. Tuttavia, il quotidiano parla di attacchi compiuti ad impianti che smaltiscono la differenziata. La pista che emerge è chiara: gli episodi potrebbero essere collegati tra loro riconducendo tutto a un unico punto: incendiare gli impianti, spaventare la popolazione sulla loro sicurezza, fare gridare allo scandalo e chiedere che si punti all’inceneritore.
Il piano Lo spiega con queste parole, al Fatto, Walter Ganapini, uno dei massimi esperti del settore che da anni si batte per la raccolta differenziata: ‘«E’ palesemente ridicola l’ipotesi di una ubiquitaria autocombustione». Parla di una «aggressione violenta e palese» agli impianti di smaltimento a freddo che hanno la colpa di togliere ossigeno (cioè immondizia) agli inceneritori e alle discariche su cui la finanza pubblica, privata e malavitosa ha investito ingenti capitali’.
L’episodio perugino Perugia è il terzo episodio documentato dal Fatto, dopo quello del 27 maggio, a Pontedera con 70 mila pneumatici a fuoco. Poi il 2 giugno, a Roma l’incendio all’impianto Tmb (trattamento meccanico biologico) della municipalizzata Ama, con pesanti danni a una struttura decisiva per la raccolta differenziata nella capitale. E lo stesso giorno a Perugia, alla Gesenu, «controllata – come sottolinea il Fatto – dal gruppo di Manlio Cerroni, detto ‘il Supremo’, storico monopolista dei rifiuti a Roma (arrestato il 9 gennaio 2014). Il giorno dopo viene arrestato a Viterbo per truffa Francesco Zadotti, considerato dagli investigatori uomo di fiducia di Cerroni, responsabile dell’impianto Tmb di Casale Bussi, colpito tre giorni prima da un altro misterioso incendio». Quanto agli incendi seguiranno la Campania, Abruzzo, Lazio, ma anche Lombardia, Emilia Romagna e Veneto (La mappa).
La pista L’ipotesi di un solo obiettivo che tenga insieme tutti i colpi portati a segno l’inchiesta la chiarisce così: ‘Il copione si ripete sempre uguale. All’alba parte l’incendio che richiede diverse ore per essere domato. Le case circostanti vengono invase da fumo nero e maleodorante, con comprensibile spavento della popolazione. L’effetto è duplice: si mette fuori gioco un concorrente insidioso per il sistema discariche-inceneritori e poi c’è sempre un politico locale che grida all’inquinamento e chiede l’immediata chiusura dell’impianto pericoloso e inquinante. Le notizie restano in ambito locale, non conquistano le prime pagine. Ma basta unire i puntini e viene fuori un’immagine terrificante’.
Dossier ‘Stefano Vignaroli, deputato M5S e vicepresidente della commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, ha promesso – si legge ancora nell’inchiesta – di portare in Parlamento un dossier per una verifica che definisce «obbligatoria, specialmente dopo l’approvazione del decreto attuativo dell’articolo 35 dello Sblocca Italia, che favorisce la costruzione di 12 nuovi impianti a discapito di riciclo, compostaggio e trattamenti e recupero di materia a freddo»’.

Ipotesi agghiacciante quanto realistica.