Greenpeace ha pubblicato la prima indagine nazionale sula presenza di sostanze inquinanti conosciute come Pfas nell’acqua pubblica. Una indagine che ha toccato anche l’Umbria e che vedrebbe la città di Perugia come una di quelle a più alta concentrazione di queste sostanze inquinanti ritrovate in un campione di acqua di una fontanella cittadina. Ma la notizia è stata smentita da Umbria Acque che sostiene di avere campionato sia l’acqua della fontanella perugina indicate sia le altre e di non avere trovato le sostanze inquinanti indicate. Parliamo di molecole utilizzate contro l’oleo repellente, trattamenti antimacchia, resistenza termica e alla corrosione. Sarebbero presenti, secondo l’associazione nel 79% dei campioni di acqua potabile analizzati in Italia il cui studio prende il nome di ‘Acqua senza veleni’ e che ha portato ad analizzare campioni in 235 città di tutte le regioni italiane. In Umbria il prelievo ha riguardato le fontanelle di Perugia, Foligno, Terni e Narni.
In Liguria risultano contaminati secondo Greenpeace 8 campioni su 8, in Trentino 4 su 4, in Valle d’Aosta 2 su 2, in Veneto 19 su 20, in Emilia Romagna 18 su 19, in Calabria 12 su 13, in Piemonte 26 su 29, in Sardegna 11 su 13, nelle Marche 10 su 12 mentre in Toscana 25 su 31. I comuni invece con la più alta concentrazione sono risultati essere Arezzo con 104,3 nanogrammi per litro, Milano con 90 per litro e Perugia con 57 per litro. Il parametro di legge prevede un valore che a partire dal gennaio 2026 non dovrà superare i 100 nanogrammi. Va anche ricordato come i Pfas sono stati trovati persino nelle piogge aeree remote e nei ghiacciai polari, per cui è importante evitare allarmismi che possano indurre le persone a non utilizzare l’acqua potabile del rubinetto.
Secondo Greenpeace «i parametri europei infatti sono stati superati dalle più recenti evidenze scientifiche e dalle valutazioni di importanti enti (ad esempio EFSA) tant’è che recentemente l’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) ha dichiarato i futuri limiti inadeguati a proteggere la salute umana. Per questo numerose nazioni europee (Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Spagna, Svezia e regione belga delle Fiandre) e gli Stati Uniti hanno già adottato limiti più bassi. Anche al governo italiano chiediamo di impegnarsi con urgenza in tal senso. Il cancerogeno PFOA è risultato il PFAS più diffuso, in un totale di 121 campioni (47%), seguito dal composto a catena ultracorta TFA (104 campioni, il 40% del totale) e dal possibile cancerogeno PFOS (58 campioni, il 22 % del totale). L’elevata presenza del TFA, un composto impossibile da rimuovere con i più comuni trattamenti di potabilizzazione, rende ancora più grave la mancanza di dati pubblici sulla contaminazione da PFAS delle acque nel nostro Paese. Molto diffusi risultano anche altri PFAS di più recente introduzione come PFBA e PFBS oltre al 6:2 FTS».
Umbra Acque smentisce la notizia diffusa sulla presenza di inquinanti. «Dalle analisi effettuate dall’ARPA – scrive in una nota -, soggetto preposto ai controlli che utilizza metodi di campionamento affidabili e certificati, dal 2018 non è mai stata rilevata la presenza di PFAS nell’acqua distribuita ai nostri utenti. Umbra Acque effettua circa 6.500 analisi all’anno sulle acque potabili con il proprio laboratorio certificato Accredia ed è in grado, come ha fatto, di monitorare anche gli inquinanti PFAS per assicurare la massima tutela all’utenza. Greenpeace ha effettuato il prelievo in una fontanella pubblica – continua la nota -, sulla quale Umbra Acque, esercitando il massimo scrupolo che richiede la salute pubblica, ha provveduto nella giornata di ieri (mercoledì), ad effettuare campionamenti sia in quella predetta fontanella sia su altri punti di prelievo dislocati nel territorio gestito. Questi controlli non hanno rilevato la presenza di PFAS. Umbra Acque, ricorda, inoltre, che nel portale www.lacquachebevo.it, vengono messi a disposizione dei cittadini i risultati dei controlli regolarmente effettuati, sia da parte della nostra società che delle ASL, relativi alla composizione delle acque potabili erogate in Umbria, nelle case e nelle fontanelle pubbliche».
