Ezio Mauro

di Diletta Paoletti

«L’ideologismo avvelena il paese». Con queste parole, dirette quanto amare, il direttore di Repubblica Ezio Mauro apre l’incontro con il pubblico del Festival del giornalismo di Perugia. L’iniziativa, uno degli appuntamenti più in vista, si è svolto in una sala dei Notari gremita: la pioggia scrosciante e un ritorno d’inverno non raffreddano l’entusiasmo per la manifestazione, che sta raccogliendo un ottimo riscontro in termini di presenze. «A che punto è la notte italiana?» gli chiede, altrettanto direttamente e amaramente, l’intervistatore, il giornalista – anche lui di Repubblica – Angelo Agostini. È così che inizia una impietosa riflessione sull’oggi italiano.

Chi è Ezio Mauro ha diretto la Stampa, è stato inviato negli Usa e a Mosca negli ultimi giorni dell’Urss. Dal 1996, guida il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Uno dei giornalisti più autorevoli del paese, da mesi pone le famosissime (tradotte in inglese, hanno fatto il giro del mondo) “dieci domande” a Silvio Berlusconi. A Perugia Mauro traccia un’analisi lucida dell’attuale momento storico. Un chiaro lo sguardo sui vizi e i peccati della classe dirigente (e non solo). Parla, eccome, di politica. Come del resto fanno molti altri direttori di giornale. Perché oggi – in un paese viziato dalle anomalie – il giornalismo troppo spesso parla (o è costretto a parlare?) il linguaggio della politica.

Le anomalie Secondo Mauro, tre sono le grandi anomalie italiane: innanzitutto lo strapotere economico del primo ministro, seguito dal suo strapotere  mediatico  («il conflitto di interessi opera in concreto, mentre noi parliamo in questa sala») e, infine, la cultura populista che rende un potere sovradimensionato rispetto agli altri. Ma poi il problema non è, in fin dei conti, solo Berlusconi: ce ne è per tutti, non mancano frecciate dirette all’opposizione e al problema dell’annacquamento dell’identità della sinistra. «Raccogliere consenso non deve significare indebolire la propria fisionomia. E poi serve una maggiore apertura nella selezione della classe dirigente».

Assenza di alternativa «Perché il consenso non crolla a picco?» incalza Agostini. «In realtà – replica Mauro – il premier sta perdendo consenso e infatti non vuole andare alle urne». In altri termini, reggono i numeri (grazie alla compravendita di parlamentari) ma regge sempre meno la leadership politica. Il problema è l’assenza di alternativa, che ha portato l’impaludamento di un’Italia assuefatta nel pantano dell’anomalia: «Chi sarà il leader, con quanti schieramenti si andrà alle urne? Due o si concretizzerà davvero il terzo polo?», si chiede Ezio Mauro.

Cortocircuito tra poteri «In Italia si sta realizzando un drammatico cortocircuito – spiega il direttore di Repubblica –: il potere esecutivo chiede aiuto al legislativo per contrastare il giudiziario». Montesquieu – non ne dubitiamo – avrebbe qualcosa da dire su questo bizzarro “bilanciamento” tra poteri. «Toccherebbe alla cultura liberale, assente in Italia, riequilibrare queste storture».

Dal pubblico Molte, moltissime le domande del pubblico, dal rapporto con il mondo cattolico all’assenza dell’opposizione. «Come spiega la persistenza del “fattore K”?» chiede un ragazzo. «Non si può certo sostenere che Bersani o Chiamparino siano comunisti. Ma il problema – continua il direttore – sta anche nel fatto che il comunismo italiano è caduto un minuto dopo il crollo del Muro, anziché un minuto prima. Questo continua a pesare sugli esponenti della sinistra italiana». Una ragazza – nel perfetto stile del festival, partecipato da molti giovani aspiranti giornalisti – chiede consigli per riuscire a fare (bene) questo lavoro. «Bisogna intraprendere questo mestiere con serenità morale e onestà. Fare i giornalisti significa cercare di raccontare le cose per come stanno, reagendo alla ‘falsa magia’ della mistificazione che il potere non manca mai di proporre. E poi tuffarsi nella realtà con curiosità e voglia di partecipare dà molte soddisfazioni e, tutto sommato, permette sonni tranquilli».